DONNE CHE CORRONO COI LUPI- di Pinkola Estés Clarissa

Cosa si nasconde nella mente delle donne?

Attraverso favole classiche, ci fornisce un percorso di analisi che aiuti le donne a divenire "selvagge", tentando, inoltre,di spiegare il perchè di tanti comportamenti come l'abbandono, la sofferenza...Un inno a non nascondere le proprie debolezze, ma a combatterle

L’autrice consiglia alla fine delle cinquecento pagine di seguire le dieci regole dei lupi per conoscere il
territorio della vita: mangiare, riposare, vagabondare, mostrare lealtà, amare i piccoli, cavillare al chiaro
di luna, accordare le orecchie, occuparsi delle ossa, fare l’amore, ululare spesso.
Profondo e originale, con le favole e i miti che ci guidano alla riscoperta della nostra essenza più
profonda, questo libro appassionante è consigliato alle donne, ma anche agli uomini che amano "correre


con le donne che corrono coi lupi".

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DONNE CHE CORRONO COI LUPI di Clarissa Pinkola Estés – ed. Frassinelli

Il mito della Donna Selvaggia

 DONNE CHE CORRONO COI LUPI di Clarissa Pinkola Estés

 L’indicazione di questo libro: Lupi e Donne, deriva principalmente dagli studi sulla fauna selvaggia e in particolare sui lupi che l’autrice esperta etnologa, biologa ha portato avanti per anni.

Lupi e donne, afferma l’autrice, sono affini per natura, sono curiosi di sapere e possiedono grande forza e resistenza.
Gli studi sui lupi Canis lupus e Canis rufus da lei realizzati rimandano alla storia delle donne perché riguardano il loro similare vigore come pure i loro faticosi travagli, infatti, afferma l’autrice che è anche analista junghiana, lupi e donne hanno in comune talune caratteristiche psichiche: sensibilità acuta, spirito giocoso e grande devozione.
In noi vive l’archetipo della “Donna Selvaggia” che in sé porta storie, sogni, parole, canzoni, segni e simboli, veicolo e destinazione proprio di quel significato che attraverso i tempi della trasformazione quello umano e quello selvaggio ci fa ritrovare il nostro femminile.
Dice la cantadora che  basta un bagliore, dei vecchi frammenti di favole, una poesia, una storia, delle idee incantevoli, per farci recuperare una conoscenza, un sapere, una nostalgia, una selvaggeria femminile grandiosa. Ecco perché nel suo insieme, possiamo definire questi scritti ricchi di humour, di poesia, d’intensità come un descansos dell’animo.
In ogni  parola, in ogni frase è spesso rammentato che in ogni donna si nasconde un essere “naturale” e selvaggio, una forza potentissima formata da istinti, creatività, passionalità e di un sapere ancestrale. che viene a noi con il suono, con la musica che fa vibrare il diaframma, eccita il cuore, viene con il tamburo, con il fischio, il richiamo e l’urlo.
Vi ricordo alcune  parole di Clarissa Pinkola Estès:
 “Quando le donne riaffermano il loro rapporto con la natura selvaggia, vengono dotate di un osservatore interno permanente, di un conoscitore, un visionario, un oracolo, un ispiratore, un creatore, un inventore e un ascoltatore che guida, suggerisce e incita a una vita vibrante nel mondo interiore e nel mondo esterno.
Quando le donne stanno con la Donna Selvaggia, il fatto di quella relazione brilla attraverso di loro. Questa maestra selvaggia, questa madre selvaggia, questa guida selvaggia sostiene la loro vita intima e la loro vita esteriore, qualunque essa sia…
Queste parole, selvaggia e donna, fanno sì che le donne rammentino chi sono e perché ci sono

 

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Donne che corrono coi lupi di Clarissa Pinkola Estes


Donne che Corrono coi Lupi
"In ogni donna si nasconde una essere ""naturale"" e selvaggio, una forza potentissima formata da istinti, creatività passionale e un sapere ancestrale. Il suo nome è ""Donna selvaggia"", ma purtroppo, identifica una specie gravemente minacciata. Benchè la sua presenza sia innata, secoli di cultura e di civiltà l'hanno soffocata, domata, talvolta annullata, cercando pervicacemente di rintuzzarne gli slanci più pericolosi e incalzandola in uno stereotipo rigido e di sottomissione.
In questo modo si è sciupato un tesoro inestimabile e si sono tarpate le ali a ciò che invece è quanto più di vitale esista nell'animo femminile. Di conseguenza la donna selvaggia -paragonabile alla lupa, ferina e al contempo materna - diventa iperaddomesticata , timorosa, priva di iniziative, ingabbiata.
Clarissa Pinkola Estés, l'autrice di questo illuminante saggio, mostra come sia possibile l'istintualità e la capacità visionaria perdute nel corso del tempo. Attraverso un lavoro di ricerca ventennale ha raccolto un ingente mole di materiale attinto al patrimonio delle fiabe, dei miti, dei racconti popolari e su tale base - non inquinata da censure e pregiudizi - ha costruito una interssante interpretazione psicoanalitica, enucleando una serie di archetipi di tipologie femminili.
Con questo suo notevole contributo, la dottoressa Estér ha forgiato un nuovo lessico per descrivere la psiche della donna. Profondo e originale, fecondo di spunti di riflessione, un libro salutato con estremo favore da pubblico e critica, che negli Stati Uniti ha raggiunto la vetta delle classifiche ."
Clarissa Pinkola Estés

 

LA DONNA SCHELETRO
Aveva fatto qualcosa che suo padre aveva disapprovato, sebbene nessuno più rammentasse cosa. Il padre l'aveva trascinata sulla scogliera e gettata in mare. I pesci ne mangiarono la carne e le strapparono gli occhi. Sul fondo del mare, il suo scheletro era voltato e rivoltato dalle correnti.
Un giorno arrivò in quella baia, dove un tempo andavano in tanti, un pescatore. L'amo del pescatore scese nell'acqua e si impigliò nelle costole della Donna Scheletro. Pensò il pescatore: "Ne ho preso uno proprio grosso!" Intanto pensava a quanta gente quel grosso pesce avrebbe potuto nutrire, a quanto sarebbe durato, per quanto tempo avrebbe potuto restarsene a casa tranquillo. E mentre stava cercando di tirare su quel gran peso attaccato all'amo, il mare prese a ribollire, perché colei che stava sotto stava cercando di liberarsi. Ma più lottava e più restava impigliata. Inesorabilmente veniva trascinata verso la superficie, con le costole agganciate all'amo.Il pescatore si era girato per raccogliere la rete e non vide la testa calva affiorare dalle onde, non vide le piccole creature di corallo che guardavano dalle orbite del teschio, non vide i crostacei sui vecchi denti d'avorio.
 
Quando si volse, l'intero corpo era salito in superficie e pendeva dalla punta del kayak.
"Ah!", urlò l'uomo, e il cuore gli cadde fino alle ginocchia, gli occhi per il terrore si nascosero in fondo alla testa, e le orecchie diventarono rosso fuoco. La gettò giù dalla prua con il remo, e prese a remare come un demonio verso la riva. Non rendendosi conto che era aggrovigliata nella lenza, era sempre più terrorizzato perché essa pareva stare in piedi e seguirlo a riva. Per quanto andasse a zig zag restava lì dietro ritta in piedi e il suo respiro rovesciava sulle acque nuvole di vapore, e le braccia si lanciavano in acqua come per afferrarlo.
Alla fine l'uomo raggiunse il suo igloo, si lanciò nella galleria, e a quattro zampe penetrò all'interno. Ansimando e singhiozzando giacque nell'oscurità, con il cuore che batteva come un tamburo. Finalmente al sicuro.
Ma quando accese la lampada all'olio di balena, eccola, lei era lì, ed egli cadde sul pavimento di neve con un tallone sulla sua spalla, un piede sul suo gomito. Non seppe poi dire come fu, forse la luce del fuoco ne ammorbidiva i lineamenti, o forse perché era un uomo solo. Fatto sta che sentì nascere come un sentimento di tenerezza, e lentamente allungò le mani sudicie e prese a liberarla dalla lenza. "Ecco, ecco", prima liberò le dita dei piedi, poi le caviglie. E continuò nella notte, e la coprì di pellicce per tenerla al caldo. Cercò la pietra focaia e accese il fuoco. Lei non diceva una parola - non osava - perché altrimenti quel cacciatore l'avrebbe presa e gettata agli scogli.
All'uomo venne sonno, scivolò sotto le pelli e cominciò ben presto a sognare. Talvolta, durante il sonno, una lacrima scivola giù dall'occhio di chi sogna, quando c'è un sogno di tristezza o di struggimento. E questo accadde all'uomo. La Dona Scheletro vide la lacrima brillare nella luce del fuoco, e d'improvviso sentì un'immensa sete. Si trascinò accanto all'uomo addormentato e posò la bocca su quella lacrima. Quell'unica lacrima era come un fiume, e lei bevve e bevve finchè la sua sete di anni non fu placata.
Frugò nell'uomo addormentato e gli prese il cuore, il tamburo possente. Si mise a sedere e si mise a picchiare sui due lati del cuore. Mentre suonava si mise a cantare: "Carne, carne, carne!". E più cantava più si ricopriva di carne. Cantò per i capelli e per buoni occhi e per mani piene. Cantò la linea tra le gambe, e il seno, abbastanza grande da trovarvi calore, e tutte le cose di cui una donna ha bisogno. E poi cantò i vestiti, che si togliessero dal dormiente, e scivolò nel letto con lui, pelle a pelle. Rimise il suo cuore nel suo corpo, e così si risvegliarono stretti uno nelle braccia dell'altra, aggrovigliati dalla loro notte, in un altro mondo, bello e duraturo.

Se L'incapacità di affrontare e sbrogliare la donna scheletro fa sì che molte relazioni falliscano. Per amare bisogna essere non solo forti, ma anche saggi. La forza viene dallo spirito. La saggezza viene dalla Donna Scheletro. La Donna Scheletro dimostra che vivere insieme accrescimenti e decrescimenti, conclusioni e inizi, crea un amore impareggiabile fatto di devozione.
Il ritrovamento accidentale del tesoro.
In questo racconto il pescatore trova molto più di quello che si sarebbe aspettato. Non si rende conto di sollevare il tesoro più allarmante che gli sarà dato di conoscere, più di quanto egli possa governare. Non sa di dover venire a patti, che tutti i suoi poteri saranno messi alla prova. E' lo stato di tutti gli innamorati all'inizio: sono ciechi come pipistrelli.
Restare inerti e limitarsi a sognare l'amore perfetto è facile. E' una sorta di anestesia dalla quale potremo non risvegliarci mai. E' compito dell'anima riconoscere il tesoro in quanto tale, indipendentemente dalla sua forma insolita, e riflettere sul da farsi. Talvolta anche gli innamorati all'inizio di una relazione cercano soltanto un po' di eccitazione, un pizzico di sedativo. Senza rendersene conto, entrano in una parte della psiche, propria o dell'altro, dove risiede la Donna Scheletro. Il pescatore pensa di cercare semplicemente di che nutrirsi, mentre in realtà fa risalire la natura femminile essenziale nella sua completezza, la natura Vita/Morte/Vita.
Una parte di ogni uomo e di ogni donna oppone resistenza al sapere che in tutte le relazioni amorose la Morte deve avere la sua parte. Fingiamo di poter amare senza che muoiano le nostre illusioni sull'amore, fingiamo di poter andare avanti senza che muoiano le nostre aspettative superficiali, fingiamo che le nostre ebrezze e i nostri impeti preferiti non moriranno mai. Ma in amore tutto, ma proprio tutto, viene accantonato e la persona dalla natura profonda e selvaggia è irrefutabilmente attirata dal compito. Che cosa muore? Muore l'illusione, muoiono le aspettative, la bramosia di avere tutto, il desiderio di prendere solo il bello, tutto questo muore.
Il pescatore della storia è lento nel rendersi conto della natura di quel che ha preso. E' difficile rendersi conto di quel che si fa, quando si pesca nell'inconscio. Laggiù vive la natura Morte. Non appena scoprite con chi avete a che fare, il vostro primo impulso è gettarla via. Diventiamo come i padri che gettano le figlie in mare. le relazioni spesso vacillano quando passano dalla fase dell'anticipazione a quella in cui bisogna affrontare quello che in realtà è preso all'amo. Se gli amanti si ostinano in una vita di gaiezza forzata, di perpetue piacevolezze o in altre forme di intensità micidiale, se insistono con il lampo e il fulmine sessuale, o nella corrente del dilettevole senza conflitti, la natura Vita/Morte/Vita torna dalla scogliera da cui viene gettata in mare. Gli amanti che si ostinano a tenere tutto su una cima scintillante vivranno una relazione sempre più ossificata. Il desiderio di vivere l'amore nella sua forma positiva soltanto lo porta a un punto morto.
La sfida per il pescatore è affrontare Signora Morte, il suo abbraccio, i suoi cicli di vita e di morte. Senza di lei non può darsi una vera conoscenza della vita, e senza questa conoscenza non può darsi né amore vero né devozione. L'amore costa coraggio e resistenza a percorrere un lungo cammino.
Due persone iniziano la danza per vedere se va bene loro amarsi. La Donna Scheletro viene accidentalmente presa all'amo. Si iniziano a vedere le parti fragili e lese dell'altro, o la sua inadeguatezza come trofeo. Quando emerge la donna scheletro si offre una vera opportunità di mostrare coraggio e conoscere l'amore. Amare significa stare con. Significa emergere da un mondo di fantasia in un mondo in cui è possibile un amore faccia a faccia. Amore significa restare quando ogni cellula dice: "Scappa".
Al primo confronto con la Donna Scheletro quasi tutti provano l'impulso di volare via come il vento. Anche la corsa rientra nel processo, ma la corsa non può durare a lungo, o per sempre.
La Caccia e il Nascondimento.
La natura Morte ha la strana abitudine di emergere nelle storie d'amore proprio quando pensiamo di aver vinto un amante, un "pesce grosso". Ecco il perché di tanto correre e nascondersi. Ma non c'è nessun posto dove nascondersi. All'inizio, quando impariamo ad amare davvero, fraintendiamo molto. Pensiamo di essere inseguiti mentre in realtà è la nostra intenzione di metterci in relazione con un altro essere umano in modo speciale che aggancia la donna scheletro. Ovunque stia nascendo l'amore, sempre affiora la forza Vita / Morte / Vita. Sempre.
Paradossalmente, quando uno dei due innamorati tenta la fuga, la relazione è investita da più vita. E più si crea vita, più il pescatore è spaventato. E più corre, più si crea vita. La fase della corsa e del nascondimento è quella in cui gli amanti tentano di razionalizzare la loro paura dei cicli Vita/Morte/Vita. Dicono: "Può andare meglio con un altro", oppure "Non voglio rinunciare a..", o "non voglio cambiare la mia vita", "affrontare le mie e le altrui ferite", "non sono ancora pronta"; "non voglio essere trasformato". Si cerca disperatamente un riparo e il cuore batte, non perché si ama e si è amati, ma per vigliacca paura. Essere intrappolati da signora Morte!
Abbiamo trovato un tesoro, e cerchiamo di fuggire. Ma alla fine tutti dobbiamo baciare la strega.
Lo stesso processo segue l'amore. Vogliamo soltanto la bellezza e non vogliamo affrontare il "brutto". La donna scheletro ci insegue. E' la grande maestra che avevamo detto di volere. "No, non questa maestra!". Peccato: è la maestra che tocca a tutti.
Molti temono che quando le cose diventano spaventose e si ingarbugliano in una storia d'amore la fine è vicina, mentre non è così. L'idea di "prendersi dello spazio" è come l'igloo del pescatore, dove pensa di essere al sicuro. Cercare di prendere solo i lati piacevoli di una relazione d'amore non funziona mai. Gli amanti si sono preparati, si sono rafforzati, stanno cercando di mantenere in equilibrio le loro paure. E ora, proprio quando stanno per battere sul cuore come su un tamburo e cantare, uno grida: "non ancora", oppure "No, mai e poi mai".
Tutti quelli che non sono pronti, hanno bisogno di tempo, sono comprensibili, ma solo per un breve periodo. La verità è che mai nessuno è completamente pronto. Come sempre nella discesa nell'inconscio, viene un momento in cui semplicemente ci si tappa il naso e ci si butta nell'abisso. Per amare il piacere non ci vuole molto, per amare davvero ci vuole un eroe capace di governare la propria paura.
Sbrogliamento dello scheletro.
Se stiamo facendo l'amore, anche se siamo apprensivi o spaventati desideriamo liberare le ossa della natura Morte. Vogliamo toccare il non-bello dell'altro, e in noi medesimi. Che cos'è il non-bello? La nostra segreta fame di essere amati è il non-bello. La nostra negligenza quanto a lealtà e la nostra devozione sono poco attraenti, il nostro senso di separazione dall'anima è scialbo, i nostri bitorzoli psicologici, le inadeguatezze, gli equivoci e le fantasie infantili sono il non-bello. Sbrogliare la donna scheletro significa comprendere che l'amore non è tutto un luccichio di candeline. Significa trovare coraggio e non paura nell'oscurità della rigenerazione. Significa balsamo per le ferite. Cambiare i nostri modi di essere per riflettere la salute e non la povertà dell'anima.
La paura è una scusa modesta per non fare questo lavoro tutti abbiamo paura. Se sei vivo, hai paura. Tre cose differenziano il vivere con l'anima di contro al vivere solamente con l'io: la capacità di sentire e apprendere modi nuovi, la tenacia per percorrere una strada impervia, la pazienza di apprendere nel tempo l'amore profondo. Non è con l'io mutevole che amiamo l'altro, ma con l'anima selvaggia. Una selvaggia pazienza è necessaria per sbrogliare le ossa, per imparare il significato di signora Morte. Ci vuole un cuore desideroso di morire e rinascere, morire e rinascere.
La persona che ha sbrogliato la donna scheletro conosce la pazienza, sa meglio come aspettare. Non è traumatizzata né spaventata dalla magrezza, e neanche sopraffatta dal godimento. I suoi bisogni di "avere tutto subito" si trasformano nella capacità di trovare tutte le sfaccettature della relazione. Non teme di correlarsi con la bellezza della furia, la bellezza dell'ignoto, la bellezza del non-bello. Nell'apprendere e nell'elaborare tutto ciò diventa l'amante selvaggio per eccellenza.
Il sonno della fiducia.
In questa fase l'amante torna a uno stato di innocenza, in cui è ancora intimorito dagli elementi emotivi, uno stato di desideri, speranze e sogni. Il pescatore ha affrontato la donna scheletro, l'ha toccata. Questo lo porta a una trasformazione, all'amore. Qui il sonno simboleggia la creazione e il rinnovamento, la rinascita. L'innocenza è uno stato che si rinnova con il sonno, bello sarebbe portare con noi un'innocenza vigile e tenerla stretta per averne calore.
Il pescatore mostra tanta fiducia nella natura Vita/Morte/Vita da riposare e vivificarsi in sua presenza. Quando gli amanti giungono a questo stato, si arrendono alle forze che stanno dietro di loro, alle forze che hanno fiducia, fede e il profondo potere dell'innocenza. Dormono il sonno del saggio invece che del diffidente. C'è una cautela realistica e una ingiustificata, che deriva dall'essere stati feriti in passato. Coloro che temono di "essere presi in giro" o "intrappolati", che proclamano a gran voce di voler "essere liberi", sono quelli che si lasciano sfuggire l'oro dalle dita. Talvolta non ci sono parole per dare coraggio, talvolta bisogna semplicemente buttarsi. Dev'esserci un certo punto nella vita di un uomo in cui fiducioso va dove l'amore lo conduce. Quando una vita è troppo controllata, sempre più diminuisce la vita da controllare.
Nella psiche maschile c'è una creatura, un uomo non ferito, che crede nel bene, è saggio e non ha paura di morire. La fiducia non dipende dal fatto che sa che l'amante non lo ferirà. La sua è la fiducia che qualunque ferita riceva, essa potrà essere curata, che una vita nuova segue la vecchia. La fiducia consiste nel sapere che dopo una fine ci sarà un nuovo inizio. Talvolta più un uomo diventa libero e vicino alla donna scheletro, più la sua amante si spaventa e deve fare un suo lavoro sullo slegare e l'osservare. Perché l'amore fiorisca bisogna aver fiducia nel fatto che qualunque cosa accada, comunque apporterà una trasformazione.
Il dono della lacrima.
Le lacrime hanno un potere creativo. La lacrima che viene pianta è la lacrima della passione e della compassione mescolate insieme, per sé e per l'altro.
La lacrima di chi sogna scende quando un aspirante amante consente a se stesso di sentire e fasciare le sue ferite, piange perché sente la sua solitudine, l'acuta nostalgia per un luogo psichico, per una conoscenza selvaggia. Amare l'altro non basta, non basta "non essere d'impedimento", o essere "di sostegno" o "presente". La donna scheletro attende quella lacrima che dice: "ammetto la ferita". Questo è l'inizio della conoscenza profonda dell'uomo. E' un errore pensare che qualcuno possa essere il nostro curatore, il nostro eccitante, il nostro riempitivo: dobbiamo curare la ferita dentro di noi. Quando l'uomo versa la lacrima si impadronisce del suo dolore, e lo conosce quando lo tocca. Vede come la sua vita è stata vissuta in modo protetto a causa della ferita, e che cosa della vita ha perduto. Vede come ha azzoppato il suo amore per la vita, per se stesso, per l'altro. La lacrima del pescatore avvicina la donna scheletro. Il pescatore lascia che il suo cuore si spezzi: non che vada in frantumi, ma che si apra. E' un amore che lo avvolge, ora nascerà in lui un cuore grande ed oceanico.
Un cuore per tamburo e un canto.
Il tamburo fatto con il cuore richiama gli spiriti interessati al cuore umano. Il centro psicologico e fisiologico è il cuore. E' il cuore che ci fa amare come ama un bambino: appieno, senza riserve, senza sarcasmo, né dispregio o protezionismo
. Consentite alla donna scheletro di diventare più palpabile nella vostra vita e lei a sua volta la renderà più ampia. Quando un uomo dona tutto il suo cuore diventa una forza sorprendente: diventa un'ispiratrice. Quando la donna scheletro dorme con lui, egli diventa fertile, è investito di poteri femminili in un ambito maschile. Porta i semi di una nuova vita e delle morti necessarie.
La canzone, come il tamburo, crea una consapevolezza non ordinaria, uno stato di trance, di preghiera.
La danza del corpo e dell'anima.
Il simbolo della donna scheletro è un residuo del tempo in cui molto si sapeva della morte come portatrice di trasformazione spirituale. Nell'immaginario femminile la Donna Morte era intesa come la portatrice del destino, la fattrice, la fanciulla del raccolto, la madre, la ricreatrice, secondo i cicli.
L'amore nella sua forma più piena è un susseguirsi di morte e rinascita: il dolore viene cacciato e rispunta da un'altra parte, muore la passione e rinasce. Amare significa abbracciare e sopportare molte fini e molti inizi, il tutto nella stessa relazione.
Energia, sentimento, solitudine, desiderio, noia, tutto sorge e tramonta in cicli relativamente ravvicinati. Il desiderio della vicinanza e delle separazioni cresce e cala. La natura Vita/Morte/Vita ci insegna che la soluzione del malessere è sempre il contrario. Un'azione nuova è la cura per la noia, la vicinanza è la cura per la solitudine, la solitudine è la cura per la sensazione di essere bloccati.
Nella storia il pescatore era prima inconsapevole, poi è spaventato e in fuga. Infine riflette e comincia a sciogliere i suoi sentimenti e a trovare un modo per correlarsi alla donna scheletro. Poi la sua lacrima di sentimento la nutre e il suo cuore la crea. Così è riamato e impara ad amare.
La donna scheletro viene prima gettata ed esiliata, poi acchiappata da un individuo che la teme. Comincia a tornare alla vita, si trasforma in essere vivente. E' amata e riama. Lei, la grande ruota della natura, e lui, l'essere umano, ora vivono in armonia insieme.
Vediamo nel racconto che il dono del corpo è uno degli ultimi delle fasi dell'amore, così come dev'essere. Non accettate l'amante che subito vuole il corpo, insistete perché tutte le fasi si sviluppino. Fare l'amore è rimescolare spirito e carne, spirito e materia. Per amare dobbiamo fare l'amore con la strega.
Come in questa storia dovrebbe svilupparsi la relazione amorosa: ogni partner dovrebbe trasformare l'altro. La forza e il potere di ognuno vengono liberati e spartiti. Chissà cosa cacceranno insieme.
 
 
La donna scheletro

 

LA LOBA (frontiera del Texas)

C'è una vecchia che vive in un luogo nascosto che tutti conoscono ma pochi hanno visto, pare in attesa di che si è perduto, di vagabondi e cercatori.
E' circospetta, spesso pelosa, sempre grassa, e desidera evitare la compagnia. Emette suoni più animaleschi che umani. Dicono che viva tra putride scarpate di granito nel territorio indiano di Tarahumara. Dicono che sia sepolta alla periferia di Phoenix, vicino ad un pozzo. Dicono che è stata vista in viaggio verso il monte Alban su un carro bruciato, con il finestrino posteriore aperto. Sta accanto alla strada poco distante da El Paso, dicono. Cavalca impugnando un fucile da caccia insieme ai coltivatori di Morelia. L'hanno vista avviarsi al mercato di Oaxaca con strane fascine sulle spalle. Ha molti nomi: la Huersera, la donna delle ossa; la Trapera, la raccoglitrice; la Loba, la Lupa.L'unica occupazione della Loba è la raccolta delle ossa. Raccoglie e conserva in particolare quelle che corrono il pericolo di andare perdute per il mondo.La sua caverna è piena delle ossa delle più varie creature del deserto: il cervo, il crotalo, il corvo.
 

Ma si dice che la sua specialità siano i lupi.Striscia e setaccia le montagne e i letti prosciugati dei fiumi, alla ricerca di ossa di lupo, e quando ha riunito un intero scheletro, quando l'ultimo osso è al suo posto e la bella scultura bianca della creatura sta di fronte a lei, allora siede accanto al fuoco e pensa a quale canzone cantare. E quando è sicura si leva sulla creatura, solleva su di lei le braccia e comincia a cantare. Allora le costole e le ossa delle gambe cominciano a coprirsi di carne e le creature si ricoprono di pelo. La Loba canta ancora, e quasi tutte le creature tornano alla vita. Con la coda ispida e forte che si rizza. E ancora la Loba canta e il lupo comincia a respirare. E ancora la Loba canta così profondamente che il fondo del deserto si scuote, e mentre lei canta il lupo apre gli occhi, balza in piedi e corre lontano giù per il canyon.
In un momento della corsa, o per la velocità, o perché finisce in un fiume, o perché un raggio di sole o di luna lo colpisce alla schiena, il lupo è di un tratto trasformato in una donna che ride e corre libera verso l'orizzonte.
Così si dice che se vagate nel deserto, ed è quasi l'ora del tramonto, e vi siete un po' perduti, e siete stanchi, allora siete fortunati, perché forse la loba può prendervi in simpatia e mostrarvi qualcosa - qualcosa dell'anima.

Tutti noi cominciamo come un mucchietto di ossa abbandonate nel deserto. Sta a noi recuperare le parti. La Loba canta (usa la voce dell'anima) sulle ossa per scendere nell'amore grande e nel sentimento. Non possiamo scoprire questo grande sentimento di amore da un amante, perché si tratta di un lavoro solitario.
La Loba conserva la tradizione femminile. La Loba, la vecchia, colei che sa. E' l'antica e vitale donna selvaggia, che è una forza indomita che porta un dono di idee, immagini e particolarità all'umanità.

 
La loba (frontiera del Texas)
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QUATTRO RABBINI

Una notte quattro rabbini furono visitati da un angelo che li risvegliò e li condusse alla Settima Volta del Settimo Cielo. Là contemplarono la sacra ruota di Ezechiele.
A un punto della discesa dal paradiso alla Terra un rabbino, avendo veduto tanto splendore, perse il lume della ragione e vagò senza meta fino alla fine dei suoi giorni. Il secondo rabbino era estremamente cinico: "Ho semplicemente sognato la ruota di Ezechiele, ecco tutto. Nulla è davvero accaduto". Il terzo rabbino continuò a pensare a quanto aveva visto perché ne era rimasto ossessionato. Teneva conferenze e non avrebbe mai smesso di raccontare come il tutto era costruito e quanto significava…e così smarrì e tradì la sua fede.
 
Il quarto rabbino, che era un poeta, prese un foglio e una penna e sedette accanto alla finestra a scrivere una canzone dopo l'altra, lodando la colomba della sera, la sua bimba nella culla, e tutte le stelle del cielo. E visse la sua vita meglio di prima.

C'è un obbligo morale ad esternare ed esprimere quanto si è appreso nella discesa o nell'ascesa all'Io selvaggio.
 
i 4 rabbini

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VASSILLISSA (Russia, Romania, Yugoslavia, Polonia, Paesi baltici)

C'era una volta, e una volta non c'era, una giovane madre che giaceva sul letto di morte, il volto bianco come le rose di cera della sagrestia della chiesa accanto. La figlioletta e il marito sedevano in fondo al letto di legno e pregavano Dio. La madre chiamo a sé Vassillissa e la piccola dagli stivaletti rossi e dal grembiulino bianco s'inginocchiò accanto alla mamma.
"Ecco, questa bambola è per te, tesoro mio" sussurrò la mamma. E da sotto le coperte tirò fuori una bambolina che come Vassillissa indossava stivaletti rossi, grembiulino bianco, gonna nera e corsetto ricamato. "Se ti perderai o avrai bisogno di aiuto, domanda a questa bambola che fare. Tienila sempre con te, non parlarne a nessuno e nutrila quando ha fame". E il respiro le ricadde nelle profondità del corpo, dove raccolse l'anima e sfuggì dalle labbra.
La bambina e suo padre a lungo piansero e si disperarono. Ma poi, come il campo crudelmente sconvolto dalla guerra, la vita del padre rinverdì e sposò una vedova che aveva due figlie.
 
Sebbene esse avessero modi educati e sorridessero sempre come vere signore, dietro ai loro sorrisi c'era qualcosa del roditore che il padre di Vassillissa non notava. Quando le tre donne erano sole con Vassillissa la tormentavano, la costringevano a servirle, la mandavano a tagliare la legna. La odiavano perché c'era in lei una bellezza ultraterrena.
Un giorno la matrigna e le sorellastre non la sopportarono più. "Facciamo in modo che il fuoco si estingua, e poi mandiamola nella foresta dalla Baba Yaga a chiedere il fuoco. Così la Baba Yaga la ucciderà e se la mangerà". Squittirono come esseri che vivono nell'oscurità. Così quella sera, quando Vassillissa tornò da aver raccolto la legna, la casa era tutta al buio. Domandò alla matrigna: "Come faremo a cucinare? Come faremo a rischiarare le tenebre?"
"Stupida ragazza, ovviamente non abbiamo fuoco. Devi andare a cercare la Baba Yaga a chiederle un carbone per riaccendere il fuoco". "Benissimo lo farò" rispose Vassillissa, e si avviò. Nel bosco l'oscurità si faceva sempre più fitta, e i ramoscelli che le scricchiolavano sotto i piedi la riempivano di paura. Infilò la mano nella tasca del grembiule, dove nascondeva la bambola che la mamma le aveva dato, e subito si sentì meglio. E a ogni biforcazione Vassillissa infilava la mano nella tasca e consultava la bambola, e la bambola le indicava da che parte andare.
Improvvisamente un uomo vestito di bianco su un cavallo bianco passò al galoppo, e si fece più chiaro. Poi passò un uomo vestito di rosso su un cavallo rosso, e sorse il sole. Cammina, cammina Vassillissa arrivò alla tana della Baba Jaga, e proprio in quel momento un cavaliere vestito di nero su un cavallo nero penetrò nella baracca. Subito si fece notte.
La Baba Jaga era veramente una creatura spaventosa. Viaggiava su un mortaio che si spostava da solo. Guidava questo veicolo con un remo a forma di pestello, e intanto cancellava le tracce alle sue spalle con una scopa fatta con i capelli di persone morte da gran tempo. E il mortaio volava nel cielo con i capelli grassi della Baba Jaga che svolazzavano dietro. Il lungo mento era ricurvo verso l'alto e il lungo naso verso il basso, così si incontravano al centro. Aveva una barbetta a punta tutta bianca e verruche sulla pelle. Le unghie nere erano spese e ricurve e tanto lunghe che non poteva chiudere la mano a pugno..
Ancora più strana era la casa della Baba Jaga. Posava su un mucchio di zampe gialle di gallina, camminava da sola e qualche volta volteggiava come una ballerina in estasi. Le maniglie delle porte e delle finestre erano fatte con dita umane di mani e di piedi e il chiavistello era un grugno di denti appuntiti.
Vassillissa consultò la bambola e lei le rispose che quella era la casa che cercava. E d'improvviso la Baba Jaga nel suo mortaio calò su Vassillissa urlandole: "Cosa vuoi?". La fanciulla tremava: "Nonna, sono venuta per il fuoco…ho bisogno di fuoco". " Oh, sìììì ti conosco, e conosco i tuoi. Dunque, essere inutile…hai lasciato spengere il fuoco. E che cosa ti fa pensare che io ti darò la fiamma?" Vassillissa consultò la bambola e rispose. "Perché chiedo". La Baba Jaga disse soddisfatta. "Sei fortunata. E' la risposta giusta". E Vassillissa si sentì fortunatissima per aver dato la risposta giusta.
Baba Jaga la minacciò: "Non potrò darti il fuoco finchè non avrai fatto del lavoro per me. Se adempirai questi compiti per me, avrai il fuoco. Se no…". E Vassillissa vide gli occhi della Baba Jaga trasformarsi in braci ardenti. "Se no, cara bambina, morirai".
La Baba Jaga ordinò a Vassillissa di portarle quello che stava cuocendo nel forno. Nel forno c'era cibo per dieci persone e la Baba Jaga lo mangiò tutto, lasciando una piccola crosta e un cucchiaio di minestra per Vassillissa. "Lavami i vestiti, scopa il cortile e la casa, e separa il grano buono da quello cattivo e vedi che tutto sia in ordine. Se quando torno non avrai finito sarai tu il mio banchetto". E la Baba Jaga volò via sul suo mortaio. E cadde di nuovo la notte.
Quando la Baba Jaga se ne fu andata la bambola rassicurò Vassillissa che ce l'avrebbe fatta, le disse di mangiare qualcosa e di andare a dormire. Vassillissa rifocillò anche la bambola e si addormentò.
Al mattino la bambola aveva fatto tutto, e non restava che preparare il pasto. La sera la Baba Jaga tornò e trovò che non era rimasto nulla da fare. In parte contenta, e in parte no, sibilò: "Sei una ragazza molto fortunata". Chiamò poi i suoi fedeli servitori perché macinassero il frumento, e tre paia di mani comparvero a mezz'aria e cominciarono a raschiare e a pestare il frumento. La pula volava per la casa come una neve dorata. Quando fu tutto finito la Baba Jaga si sedette a mangiare. Mangiò per ore e ordinò a Vassillissa di pulire di nuovo tutta la casa, di scopare il cortile e lavarle i vestiti. "In quel mucchio di sporcizia ci sono molti semi di papavero. Per domattina voglio una pila di semi di papavero e una pila di sporcizia, ben separati".
Quella notte la Baba Jaga dormì come un ghiro. Vassillissa cercò…di raccogliere…i semi di papavero…tra la sporcizia. Dopo un po' la bambola le disse: "Ora dormi. Andrà tutto bene". di nuovo la bambola si occupò di tutto e quando la vecchia tornò a casa era stato tutto fatto. La Baba Jaga chiamò i suoi fedeli servitori perché spremessero l'olio dai semi di papavero.
Mentre la Baba Jaga si insudiciava le labbra con il grasso dello stufato, Vassillissa le stava accanto. "Posso farti qualche domanda, nonna?". "Domanda pure, ma ricordati che troppo saprai, presto invecchierai". Vassillissa chiese dell'uomo bianco sul cavallo bianco. "Quello è il mio giorno", rispose la baba Jaga intenerita. "E l'uomo in rosso sul cavallo rosso?". "Oh, quello è il mio sole nascente". "E l'uomo sul cavallo nero?". "Quello è il terzo, ed è la mia notte. Vieni qui, vuoi farmi altre domande?", le disse con tono suadente. Vassillissa stava per chiederle di quelle strane mani, ma la bambola cominciò ad agitarsi nella tasca e allora disse: "No nonna. Come tu stessa hai detto, troppo saprai, presto invecchierai".
"Ah" disse la Baba Jaga "sei più saggia dei tuoi anni. E come hai fatto a diventare così?". "Grazie alla benedizione della mia mamma" disse sorridendo Vassillissa. "Benedizione?! Non abbiamo bisogno di benedizioni qui! Meglio che tu te ne vada" e la spinse fuori. Ma prima le dette un teschio dagli occhi ardenti e lo infilò su un bastone. "Ecco, prendi il tuo fuoco e portatelo a casa".
Vassillissa corse a casa, seguendo il percorso che la bambola le indicava. Era notte, e Vassillissa attraversò la foresta con il teschio sul bastone, con il fuoco che usciva dall'orecchio, dall'occhio, dal naso e dalla bocca del teschio. D'improvviso provò paura di quella luce fantastica e pensò di gettarlo, ma il teschio le parlò e la invitò a calmarsi e proseguire.
La matrigna e le sorellastre si avvicinarono alla finestra e videro una strana luce danzante nei boschi. Sempre più si avvicinava. Vassillissa si avvicinava sempre di più e quando la matrigna e le sorellastre la riconobbero le corsero incontro e le dissero che non avevano avuto più fuoco da quando se n'era andata.
Vassillissa entrò in casa con un senso di trionfo. Ma il teschio sul bastone osservava ogni mossa delle sorellastre e della matrigna, e la mattina dopo aveva bruciato e ridotto in cenere il malvagio terzetto
Vassillissa è la storia del passaggio di madre in figlia, da una generazione all'altra, del potere femminile dell'intuito. Tutti gli aspetti della storia appartengono ad un'unica psiche nel suo processo di iniziazione. L'iniziazione è messa in atto dall'esecuzione di alcuni compiti:
1- consentire all'ottima madre di morire. Accettare che la madre psichica protettiva non sia la guida centrale della propria vita istintuale futura. Assumersi il compito di essere sole, sviluppare la propria consapevolezza del pericolo, dell'intrigo, della politica. Diventare vigili. Lasciar morire quello che deve morire. Al morire della madre, nasce la nuova donna.
Una madre troppo buona ci impedisce di rispondere a nuove sfide e di raggiungere uno sviluppo più profondo. Può avvenire un arresto nel processo iniziatico, ma una ri-iniziazione può ristabilire l'intuito profondo indipendentemente dall'età. L'iniziazione di Vassillissa consiste nel lasciare morire quelle vecchie credenze che rendono la vita troppo sicura, che proteggono troppo. Viene un tempo in cui bisogna cambiare madri. Spesso udiamo voci dentro di noi che ci incoraggiano a restare al sicuro. Ma se restiamo troppo tempo con la madre troppo buona, diventeremo povere invece che forti. Impariamo ad andare a caccia.
2- abbandonare l'ombra primitiva. Scoprire che essere dolci, buone, carine, non renderà più lieta la vita. Esperire direttamente la propria natura oscura, gli aspetti esclusivisti, gelosi e sfruttatori dell'io. Stringere il miglior rapporto possibile con le parti peggiori di sé. Lavorare perché il vecchio io muoia e nasca un nuovo io intuitivo.
Gli aspetti oscuri della psiche sono rappresentati dalla matrigna e dalle sorellastre. In questa fase la donna è molestata dalle richieste della psiche che la esorta a compiacere qualsiasi desiderio altrui. La famigli acquisita di Vassillissa è un ganglio intrapsichico che comprime il nervo della vitalità. Neanche il padre della psiche si rende conto dell'ambiente ostile, è troppo buono. Nella storia le donne spremono tanto la forza psichica che per le loro macchinazioni il fuoco si estingue. Il fuoco che si estingue aiuta Vassillissa a sfuggire alla sottomissione, la fa entrare in una vita nuova.
3- la navigazione nell'oscurità. Avventurarsi nel luogo dell'iniziazione profonda (la foresta) e cominciare ad esperire. Imparare a sviluppare sensibilità e basarsi solo sui propri sensi interiori. Imparare la via del ritorno alla madre selvaggia. Imparare ad alimentare l'intuito. Trasferire il potere alla bambola, ovvero all'intuizione.
La bambola rappresenta la piccola forza istintuale vitale, è un pezzettino d'anima che porta tutta la conoscenza del più grande anima-io, è la voce interiore di noi donne, la voce della ragione intima. L'intuito ha artigli che squartano e inchiodano, ha occhi capaci di vedere oltre le corazze dei personaggi e orecchie per udire oltre le chiacchiere. L'io intuitivo va nutrito dandogli ascolto e seguendo il suo consiglio.
4- affrontare la strega selvaggia. Familiarizzarsi con l'arcano, lo strano l'alterità del selvaggio. Assumere alcuni suoi valori nella nostra vita, diventando un po' strane. Imparare ad affrontare il grande potere altrui e il nostro. Lasciar ancor più morire la bambina fragile e troppo amabile.
La casa della Baba Jaga fa parte del mondo animale e Vassillissa ha bisogno di questo elemento nella sua personalità. E' una casa che cammina, piroetta è viva, piena di entusiasmo e di gioia.
Il dono della bambola intuitiva fatto dalla madre amabile è incompleto senza l'assegnazione dei compiti e il controllo dei medesimi da parte della vecchia selvaggia. La Baba jaga incute paura perché è insieme il potere di annientamento e il potere della forza vitale. Osservare la sua faccia significa vedere la vagina dentata, occhi di sangue, il neonato perfetto e le ali degli angeli, tutto insieme.
5- servire il non-razionale. Restare con la Dea Strega. Arrivare a riconoscere il suo (il vostro) potere. Ordinare, nutrire, creare energia e idee.
La Baba Jaga insegna sia la morte sia il rinnovamento. Insegna a Vassillissa come prendersi cura della casa psichica del femminino selvaggio. Nel racconto il bucato è il primo compito. Significa ridare elasticità a quanto si è allentato. Il rinnovamento, la rivivificazione avvengono nell'acqua. Gli indumenti rappresentano la persona, la prima visione che gli altri hanno di noi. Oppure il significato esterno, l'esibizione della padronanza.
Vassillissa ha poi il compito di scopare la capanna e il cortile. Una donna saggia tiene sgombro il suo ambiente psichico, mantenendo sgombri la testa e un posto per lavorare, e lavorando per portare a compimento le sue idee e i suoi progetti.
Cucinare per la Baba Jaga. Per cominciare bisogna accendere il fuoco, bruciare di passione, di parole, di idee, di desiderio, per qualunque cosa si ami veramente. Il fuoco va osservato, attizzato, vi va aggiunta legna. Questi sono i cicli delle donne: depurare il proprio pensiero, rinnovare i valori regolarmente; liberare la psiche dalle banalità, ramazzare l'Io; curare il fuoco creativo e cucinarvi idee sistematicamente.
6- selezionare e separare. Apprendere a discriminare, separando una cosa dall'altra, facendo sottili distinzioni. Osservare il potere dell'inconscio e il modo in cui opera. Apprendere di più sulla vita e sulla morte.
La selezione di cui parla il racconto è del tipo che capita quando ci troviamo davanti ad un dilemma o ad un interrogativo ma niente viene ad aiutarci a risolvere la situazione. Lasciamo perdere, torniamoci sopra in un secondo tempo. Dobbiamo selezionare gli aspetti psichici curativi e spremerne la verità per trarne nutrimento.
7- domande sui misteri. Porre domande e cercare di saperne di più sulla natura Vita/Morte/Vita. Imparare la verità sulla capacità di comprendere tutti gli elementi della natura selvaggia (troppo saprai, presto invecchierai).
I cavalieri nero, rosso e bianco sono simboli degli antichi colori che connotano la nascita, la vita e la morte. Rappresentano anche antiche idee sulla discesa, la morte e la rinascita. Il nero è il colore del fango, del fertile; ma è anche il colore della morte, l'oscuramento della luce, è la promessa che presto conoscerete qualcosa di ignoto. Il rosso è il colore del sacrificio, della collera, del delitto; ed è anche il colore della vita vibrante, dell'eccitazione, dell'eros e del desiderio; è la promessa di una nuova nascita. Il bianco è il colore del nuovo, del puro, dell'intatto, del latte materno; ma è anche il colore dei morti; è la promessa di sufficiente nutrimento perché le cose ricomincino.
E' importante lasciar vivere e lasciar morire. Afferrare questo ritmo quieta la paura, perché anticipiamo il futuro. C'è una certa quantità di conoscenza che dovremmo avere a ogni età e in ogni fase della nostra esistenza. Vassillissa fa domande sui cavalieri ma non sulle mani. Non bisogna forzare: la comprensione arriverà.
8- stare a quattro zampe. Assumere un immenso potere di vedere e influenzare gli altri. Guardare le situazioni della propria vita sotto questa nuova luce.
Quando le donne integrano il selvaggio della Baba Jaga la smettono di accettare senza discutere chiunque e qualsiasi cosa capiti per la loro strada. La donna impara a guardare furtivamente, scrutare e poi a sopportare sempre meno i buffoni. L'istinto va consultato ad ogni passo lungo la via.
Il teschio era considerato la volta che ospita un resto potente dell'anima del defunto. Il teschio accesso è "un sapiente ancestrale" da portare con sé per la vita. Ora Vassillissa torna a casa più sicura. La donna che è arrivata a questo punto è riuscita a staccarsi dalla protezione della sua madre interiore troppo buona, ad aspettarsi dal mondo esterno le avversità che saprà affrontare in modo potente e non complice. E' diventata consapevole della matrigna e delle sorelle inibitorie. Avendo ricevuto l'eredità delle madri è perfettamente abilitata, va avanti nella vita con passi sicuri, da donna, assumendo tutto il suo potere.
9- riplasmare l'Ombra. Far uso della vista acuta per riconoscere e reagire all'ombra negativa della propria psiche o di persone od eventi del mondo esterno. Riplasmare le ombre negative della propria psiche con il fuoco-strega.
Nella foresta, con il teschio, Vassillissa è una donna che cammina preceduta dal suo potere. Il teschio è un'ulteriore rappresentazione dell'intuito e ha una sua capacità di discriminazione. Ora Vassillissa porta la fiaccola della conoscenza, possiede il suo Io, può vedere, odorare, gustare, con i suoi sensi ardenti.
La donna che recupera il suo intuito e i suoi poteri è tentata di gettarli via: a che vale vedere e sapere tante cose? E' più facile gettar via la luce e andarsene a dormire. Talvolta è difficile portare il teschio- luce perché vediamo tutti i lati nostri e degli altri, quelli sfigurati e quelli divini. Ma con questa luce si arriva alla consapevolezza, si può vedere il cuore buono oltre l'azione cattiva, la dolcezza schiacciata sotto l'odio. La sua luce è parimenti vivida sui nostri tesori e le nostre debolezze. Sono queste le conoscenze più difficili da affrontare.
Il teschio osserva la matrigna e le sorellastre. Un aspetto negativo della psiche può essere disidratato se lo si trattiene nella consapevolezza. Non è possibile trattenere la consapevolezza guadagnata incontrando la Dea Strega se si vive con persone crudeli all'interno o all'esterno. Se vi circondano persone che alzano gli occhi al soffitto quando parlate, agite e reagite, allora vi trovate con persone che spengono le passioni, le vostre e le loro. Amici e amanti possono diventare come una cattiva matrigna o abominevoli sorellastre. L'amante distruttivo deve essere evitato. Per la donna selvaggia va bene se l'amante è appena un pochettino psichico, una persona che può "vedere dentro" al suo cuore.
Il modo per mantenere il collegamento con il selvaggio è domandarsi che cosa davvero si vuole. Una delle più importanti discriminazioni è la differenza tra le cose che ci fanno un cenno e cose che chiamano dall'anima. Chiediamoci cosa veramente vogliamo e poi andiamo alla ricerca
Il ricorso alla natura istintiva fa erompere una spontaneità che non è mancanza di saggezza. Restano importanti i buoni confini.
Alla fine del rimontaggio dell'iniziazione nella psiche femminile abbiamo una giovane dalle esperienze formidabili che ha imparato a seguire la sua conoscenza, ha resistito a tutti i compiti fino all'iniziazione completa. L'intuito va trattenuto nella consapevolezza e bisogna lasciar vivere quello che può vivere, e lasciar morire quel che deve morire.
Lasciar morire le cose è il tema finale del racconto.
 
Vassillissa (Russia, Romania, Yugoslavia, Polonia, Paesi baltici)

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MANAWEE (storia afro-americana)
C'era una volta un uomo che corteggiava due sorelle gemelle. Ma il loro padre gli disse: "Non potrai averle in moglie finchè non ne indovinerai i nomi". Manawee provava ma non riusciva ad indovinare i nomi delle due sorelle. Il padre delle giovani scuoteva il capo e ogni volta lo mandava via.
Un giorno Manawee portò con sé il suo cagnolino, il quale si avvide che una sorella era più graziosa e l'altra più dolce. Sebbene nessuna delle due possedesse tutte le virtù, al cagnolino piacevano moltissimo perché gli diedero delle leccornie e gli sorrisero guardandolo negli occhi.
Anche quel giorno Manawee non riuscì a indovinare i nomi delle giovani, e se ne tornò tristemente a casa. Ma il cagnolino tornò correndo alla capanna delle giovani. Poggiò l'orecchio contro un muro e udì le ragazze che dicevano tra di loro quanto era bello e virile Manawee. Intanto si chiamavano per nome, e il cagnolino udì e corse più velocemente possibile per riferire tutto al suo padrone.
Ma accanto al sentiero un leone aveva lasciato un grosso osso con un bel po' di carne;
 
il cagnolino ne sentì immediatamente l'odore, e senza pensarci un attimo si gettò nella giusta direzione. Con enorme piacere divorò la carne e leccò l'osso finchè non ebbe alcun odore. Oh! Il cagnolino d'improvviso si ricordò della missione incompiuta, ma purtroppo nel frattempo aveva dimenticato i nomi delle giovani.
Di nuovo corse alla capanna, e questa volta era notte e le giovani si ungevano l'un l'altra braccia e gambe, preparandosi forse a una cerimonia. Di nuovo il cagnolino le udì chiamarsi per nome. Fece un salto per la felicità e riprese la corsa verso la capanna di Manawee, ma dai cespugli venne un odore di noce moscata. Non c'era nulla al mondo che il cagnolino amasse più della noce moscata. Subito deviò in quella direzione e trovò una bella torta ai mandarini cinesi messa a raffreddare su un ceppo. Mentre trotterellava verso casa con la pancia piena, cercò di rammentarsi i nomi delle giovani, ma ancora una volta li aveva dimenticati.
Così il cagnolino tornò di corsa alla capanna, e questa volta le due sorelle si stavano preparando per le nozze. E quando le sorelle si chiamarono per nome, il cagnolino si ficcò i loro nomi in testa e corse via a tutta velocità dal suo padrone. Ma il cagnolino fu colto di sorpresa da un estraneo tutto nero che sbucò dalle siepi e lo afferrò per la collottola e lo scosse così brutalmente che quasi gli cascava la coda. E lo straniero continuava a urlare: "Dimmi quei nomi! I nomi delle due giovani, così le vincerò". Il cagnolino temeva di svenire, ma lottò coraggiosamente, alla fine morse il gigantesco straniero tra le dita, e i suoi dentini pungevano come vespe. Lo straniero si buttò tra i cespugli con il cagnolino che gli spenzolava dalla mano. Così lo straniero si diede alla fuga gemendo e lamentandosi. E il cagnolino, un po' correndo e un po' zoppicando, riprese la strada per raggiungere Manawee.
Sebbene sanguinasse e gli dolessero le mandibole i nomi delle giovani erano ben chiari nella sua mente. Manawee gli lavò le ferite e il cagnolino gli raccontò tutta la storia e gli disse i nomi delle due sorelle. Manawee corse dunque al villaggio delle giovani portandosi sulle spalle il cagnolino.
Quando Manawee arrivò dal padre con i nomi, le gemelle lo ricevettero vestite di tutto punto: non avevano mai smesso di aspettarlo.

Se le donne vogliono davvero farsi conoscere dagli uomini, devono indottrinarli nella conoscenza profonda. Alcune dicono di essere stanche, ma forse hanno cercato di insegnare a un uomo a cui non interessa affatto imparare.
La duplice natura delle donne. Per conquistare il cuore di una donna selvaggia un compagno deve comprenderne la naturale dualità. Qui si parla di due potenti forze femminili in una stessa donna. Per risolvere il mistero Manawee deve ricorrere al suo io istintuale - l'io-cane.
Un essere esterno e una creatura interiore. L'essere esterno vive alla luce del giorno ed è facile osservarlo, è spesso pragmatico, acculturato e molto umano. La creatura spesso sale in superficie arrivando da molto lontano, lasciando sempre dietro una sensazione. Quando un lato è più freddo, l'altro è più caldo; uno può essere solare, l'altro agrodolce e meditabondo.
Il potere dei due. Se una donna favorisce o nasconde troppo un lato, vive una vita mal equilibrata, che non le consente l'accesso al suo pieno potere. Occorre sviluppare entrambi i lati.
I due lati della natura duale, se tenuti insieme nella consapevolezza, hanno un potere tremendo e non possono essere spezzati.
Anche Manawee ha una duplice natura: la sua natura umana, sebbene dolce e affettuosa non basta per vincere. E' la sua natura canina, istintuale, che ha la capacità di insinuarsi nelle vicinanze delle donne selvagge.
Il potere del nome. Manawee vuole sapere il nome delle sorelle non per impadronirsi del loro potere, ma per conquistare un suo potere pari a loro. Se siamo interessati a scoprire i nomi siamo sulla strada giusta. Le donne spesso desiderano follemente un compagno che continui a cercare di comprendere la loro natura profonda. La donna che trova un compagno così gli resta fedele e lo ama per tutta la vita.
Dice il padre: non puoi comprendere i misteri femminili solo ponendo domande. Devi darti da fare, faticare.
La tenace natura canina. I cani sono generatori di rapporto, è l'altro lato della natura dualistica maschile. E' la natura capace di conoscere la natura selvaggia delle donne.
L'appetito seduttivo. Spesso ci si lascia distrarre da piaceri di vario genere e vi si resta intrappolati. Anche il cagnolino è distratto dai suoi appetiti. Le distrazioni dell'appetito interferiscono con il processo primario. E' necessario trattenere la conoscenza nella consapevolezza senza farci distrarre, ricordare il vero compito. Nella psiche di ognuno ci sono elementi tortuosi, ingannevoli, deliziosi. Sono elementi anticonsapevolezza: prosperano mantenendo le cose oscure ed eccitanti.
La conquista della fierezza. La psiche sceglie la priorità e riesce a concentrarsi, ora è decisa. Ma ecco che una cosa nera d'improvviso assale il cagnolino, per lui il femminino è una proprietà da vincere e nulla più. Lo straniero può essere una creatura reale del mondo esterno o un complesso negativo interiore. Gli effetti devastanti sono gli stessi. Il cagnolino lotta per conservare i nomi. Mettere il potere nelle mani giuste è importante quanto trovare i nomi.
La donna interiore. Se una donna vuole un compagno sensibile deve rivelargli il segreto della dualità femminile. Deve parlargli della donna interiore, che insieme a sé fa due. Lo farà insegnando due domande che la faranno sentire guardata, ascoltata, conosciuta: "Che cosa vuoi?", "Che cosa desidera il tuo io più profondo?". Per amare una donna, il compagno deve amarne anche la natura selvaggia.. l'amante più prezioso è colui che desidera imparare. Se c'è una forza che alimenta la radice del dolore, quella è il rifiuto di apprendere ancora. Il buon compagno è colui che continua a tornare per capire e non si lascia scoraggiare.
Se un lato della natura duale femminile si può chiamare Vita, la sorella gemella della vita è una forza detta Morte. La donna selvaggia, l'amante selvaggio, sanno sopportarne la vista. E ne escono completamente trasformati.
 
Manawee (Storia afro-americana)

 

IL BRUTTO ANATROCCOLO (magiari)

Ci si avvicinava alla stagione del raccolto. Le vecchie facevano bambole verdi con le foglie di frumento. I vecchi riparavano le coperture. Le ragazze ricamavano fiori rosso sangue sugli abiti bianchi. I ragazzi cantavano mentre rivoltavano il fieno dorato. Le donne tessevano ruvide camicie per l'inverno in arrivo. Gli uomini erano occupati a raccogliere i frutti che i campi avevano donato e a zappare. Il vento cominciava a far cadere le foglie, ogni giorno di più. E giù al fiume c'era una mamma anitra che nel suo nido covava le uova.
Tutto procedeva nel migliore dei modi per mamma anitra, e alla fine una dopo l'altra le uova presero a tremare e a vacillare finchè i gusci si schiusero, e ne uscirono barcollando i piccoli anatroccoli. Ma restava un grosso uovo, lì immobile come una pietra.Arrivò una vecchia anitra, e mamma anitra le mostrò i suoi piccoli. "Non sono graziosi?". Ma l'uovo non ancora dischiuso attrasse l'attenzione della vecchia anitra, che cercò di dissuadere mamma anitra dal continuare la cova.
 
"E' un uovo di tacchino" esclamò la vecchia anitra. Ma mamma anitra pensò che aveva già covato tanto e non le sarebbe costato niente continuare ancora un po'. Alla fine il grosso uovo prese a tremare e a rotolare. Si schiuse e ne spuntò una grossa creatura sgraziata. Aveva la pelle tutta segnata da sinuose vene rosse e blu, i piedi erano di un porpora chiaro e gli occhi di un rosa trasparente. Mamma anitra lo osservò attentamente. Non potè trattenersi: lo definì proprio brutto. "Forse è davvero un tacchino" pensò preoccupata. Ma quando il brutto anatroccolo entrò in acqua con gli altri piccoli, vide che nuotava benissimo. "Sì è proprio mio, anche se ha un aspetto strano. Alla luce giusta…è quasi carino".
Così lo presentò alle altre creature della fattoria, ma un'altra anatra beccò il brutto anatroccolo sul collo. Mamma anatra riassettò le piume del brutto anatroccolo leccandogliele tutte per bene. Gli altri fecero di tutto per tormentarlo. Lo attaccarono, lo morsero, lo beccarono gli gridarono contro. E di giorno e di notte aumentavano i tormenti. Lui si nascondeva, si scansava, camminava zigzagando, ma non sfuggiva. Era al massimo dell'infelicità.
Inizialmente la madre lo difese, ma poi anche lei si stancò della situazione ed esclamo disperata "Desidero soltanto che tu te ne vada". E così il brutto anatroccolo fuggì. Corse e corse finche non giunse a una palude. Là giacque sul bordo, con il collo allungato, bevendo di tanto in tanto un po' d'acqua. Di tra i giunchi lo osservavano due paperi. Erano giovani e pieni di sé."Tu, brutto coso, non puoi mica venire con noi, ci sono un branco di giovani oche che aspettano solo di essere scelte". D'improvviso risuonarono dei colpi e i paperi caddero con un tonfo e l'acqua della palude divenne rosso sangue. Il brutto anatroccolo si mise al riparo.
Finalmente sulla palude tornò la quiete e l'anatroccolo volò il più lontano possibile. Al crepuscolo raggiunse una povera capanna, con più crepe che mura. Là viveva una vecchia cenciosa con il suo gatto spettinato e la gallina strabica. La vecchia fu felice di aver trovato un'anatra. Forse farà le uova, pensò, oppure possiamo sempre mangiarla. Così l'anatroccolo restò ma il gatto e la gallina lo tormentavano sempre. Alla fine fu chiaro che lì l'anatroccolo non avrebbe trovato pace e quindi se ne andò per vedere se trovava qualcosa di meglio lungo la via.
Arrivò a uno stagno e mentre nuotava sentì che l'acqua diventava più fredda. Su di lui volò uno stormo di creature, le più belle che avesse mai visto, gli lanciarono delle grida e a sentirle il cuore gli battè forte e si spezzò. Lanciò un urlo che mai gli era uscito dalla gola. Non aveva mai visto creature tanto belle e non si era mai sentito così infelice. Si girò e rigirò nell'acqua per osservarle mentre volavano, fino a sparire. Era fuori di sé perché provava un amore disperato per quei grandi uccelli bianchi, un amore che non riusciva a comprendere.
D'improvviso prese a soffiare sempre più forte un gran vento gelido per giorni e giorni, e cominciò a cadere la neve. I vecchi rompevano il ghiaccio nei secchi del latte, le vecchie filavano fino a tarda notte. Le madri nutrivano fino a tre bocche a lume di candela, e gli uomini andavano a cercare le pecore sotto il cielo bianco di mezzanotte. I giovani si immergevano fino al petto nella neve per mungere, e le ragazze immaginavano di vedere i volti dei bei giovanotti nelle fiamme del fuoco mentre cucinavano. E giù allo stagno l'anatroccolo doveva nuotare sempre più velocemente in tondo per conservarsi un posto nel ghiaccio.
Una mattina l'anatroccolo si ritrovò congelato e stretto nel ghiaccio e fu allora che sentì che sarebbe morto. Fortunatamente passò di lì un fattore e liberò l'anatroccolo spezzando il ghiaccio con il suo bastone, lo sollevò, se lo mise sotto il cappotto e si avviò a casa. Alla fattoria i bambini si avvicinarono ma lui aveva paura. Volò sulle travi, facendo cadere tutta la polvere sul burro, da lassù si tuffò dritto nel secchio del latte e poi cadde nel barile della farina. La moglie del fattore prese ad inseguirlo con la scopa, mentre i bambini urlavano e ridevano. L'anatroccolo volò via dalla porticina del gatto e giacque sulla neve mezzo morto. Poi si trascino fino a un altro stagno, poi a un'altra casa e così passò tutto l'inverno, tra la vita e la morte.
Tornò il soffio gentile di primavera, e le vecchie si misero a scuotere i piumini, e i vecchi riposero i lunghi camicioni. Nuovi bambini arrivarono di notte, mentre i padri misuravano a grandi passi il cortile, sotto il cielo stellato. Di giorno le ragazze si ornavano di asfodeli i capelli e i giovani guardavano le caviglie delle ragazze. E nello stagno l'acqua divenne più tiepida e l'anatroccolo distese le ali.
Com'erano grandi e forti le sue ali. Lo sollevavano in alto. Sullo stagno nuotavano tre cigni, le stesse creature bellissime che aveva visto in autunno. Provò l'impulso di raggiungerli. Discese lentamente nello stagno e intanto il cuore gli batteva forte. Non appena lo scorsero i cigni presero a nuotare verso di lui. Sicuramente la mia fine è vicina, pensò l'anatroccolo. E piegò la testa in attesa dei colpi. Ma ecco che riflesso nello stagno vide un cigno in perfetta tenuta: piumaggio bianco come la neve, occhi color prugna, e tutto il resto. All'inizio non si riconobbe, perché era esattamente come quei bellissimi estranei. Era uno di loro. Per caso il suo uovo era finito in una famiglia di anatre. Lui era un cigno, un glorioso cigno. E per la prima volta i suoi simili gli si avvicinarono e lo sfiorarono con gentilezza e affetto

Quella dell'esiliato è una figura primordiale. L'anatroccolo è il simbolo della natura selvaggia che, compressa in situazioni povere di nutrimento, istintivamente lotta per liberarsi, qualsiasi cosa succeda. Quando la particolare sorta di spiritualità di un individuo è circondata dal riconoscimento psichico e dall'accettazione, la persona sente come mai prima la vita e il potere.
L'esilio del piccolo diverso. L'anatroccolo non è brutto, semplicemente non è come gli altri. Lui ha il cuore spezzato perché i suoi lo rifiutano. Le bambine dalla forte natura istintiva spesso soffrono molto nei primi anni di vita. Sono tenute prigioniere, addomesticate, accusate di essere disadattate. Allora l'io fondamentale della psiche è ferito, la bambina comincia a credere di essere debole, brutta, inaccettabile, e che tutto ciò sarà sempre vero.
I problemi della donna selvaggia esiliata sono duplici: interiori e personali, ed esteriori e culturali.
I vari tipi di madre. Le donne adulte hanno ricevuto in eredità dalla madre vera una madre interiore. Resta un duplicato materno nella psiche che agisce e reagisce come nella prima infanzia:
LA MADRE AMBIVALENTE: nella storia mamma anitra è costretta a distaccarsi dai suoi istinti. Si piega ai desideri della comunità invece di allinearsi con il figlio. Per paura di essere escluse dalla comunità spesso le donne cercano di forgiare la figlia in modo che si comporti "come si deve". Quando una donna ha questa madre ambivalente nella psiche può trovarsi a cedere tropo facilmente.
LA MADRE ACCASCIATA: alla fine mamma anitra crolla. Ciò significa che ha perduto il senso di sé. Il modo più comune per portare una madre al crollo è costringerla a scegliere tra l'amore per il figlio e la paura che la comunità farà del male a sé e al figlio se non si conformerà alle regole. Quando nella sua psiche e/o cultura la donna ha una madre che crolla, dubita del suo valore.
LA MADRE-BAMBINA O ORFANA DI MADRE: mamma anitra si dimostra molto ingenua e semplice. E' una madre fragile, psichicamente molto giovane o molto ingenua. La donna che ha nella psiche la struttura della madre bambina soffrirà di ingenui presentimenti, di immaturità, di una capacità istintuale indebolita di immaginare cosa accadrà dopo.
LA MADRE FORTE, LA FIGLIA FORTE: il rimedio consiste nella capacità di fare da madre alla propria giovane madre interiore, rivolgendosi alle donne vere del mondo esterno più vecchie e sagge. Le relazioni tra donne sono importantissime. Invece di svincolarci dalla madre, dobbiamo cercare la madre selvaggia.
La cattiva compagnia. L'istinto ad errare fino a trovare ciò di cui si ha bisogno è intatto. Ma spesso si bussa alle porte sbagliate. Questa è la risposta "ricerca dell'amore nei posti sbagliati" all'esilio. Quando una donna assume un comportamento ripetitivo coatto, insistendo in un comportamento che genera consunzione invece che vitalità, per lenire il suo esilio, in realtà accresce i danni perché la ferita non viene curata e rischia di riaprirsi, sempre più profonda. Per cominciare a guarire dite la verità sulla vostra ferita. Adottate la medicina giusta, la riconoscerete perché rende la vita più forte, e non più debole.
L'inadeguatezza. Una donna può apparire adeguata, ma non essere capace di agire nel modo giusto. All'inizio l'anatroccolo non riesce a fare le cose giuste. Ma è perché è andato nel posto sbagliato per la cosa sbagliata.
Sentimento congelato, creatività congelata. Le donne affrontano l'esilio in altri modi. Per esempio si congelano. La freddezza è il bacio della morte per la creatività, i rapporti, la vita stessa. Non è una conquista, ma un atto di collera difensiva. Il ghiaccio dev'essere rotto e l'anima tolta dal gelo. Fate come l'anatroccolo: andate avanti, datevi da fare. In linea di massima ciò che si muove non si congela. Smettetela di piagnucolare e muovetevi, non smettete di muovervi.
L'estraneo di passaggio. La persona che può estrarci dal ghiaccio, che può liberarci dalla mancanza di sentimenti, non è necessariamente quella cui apparteniamo. E' quell'attimo in cui lo spirito, in un modo o nell'altro, ci nutre, ci sospinge, ci mostra il passaggio segreto, la via di fuga.
L'esilio come grazia. Se avete tentato di adattarvi a uno stampo e non ci siete riuscite probabilmente avete avuto fortuna. Vi siete protette l'anima. E' peggio restare nel luogo a cui non si appartiene che vagare sperduti. Non è mai un errore cercare l'affinità di cui si ha bisogno.
I gatti arruffati e le galline strabiche. Essi trovano stupide e insensate le aspirazioni dell'anatroccolo. Si tratta solo di una fondamentale incompatibilità con le persone dissimili, che non è una colpa. Se una donna è un brutto anatroccolo, se è orfana di madre, i suoi istinti non sono affinati. Apprende provando e sbagliando. Ma c'è speranza perché l'esiliata non rinuncia mai. Insiste finchè non trova la guida, il profumo, la traccia, la casa.
Memoria e continuità. Tutte noi abbiamo nostalgia per la nostra natura selvaggia. E' questa nostalgia che ci induce a resistere, ad andare avanti, sorrette dalla speranza. E' la promessa che la psiche selvaggia fa a tutte noi. La memoria del mondo selvaggio è un faro che ci guida.
Amore per l'anima. Non cedete. Troverete la vostra strada. Fase del ritorno a se stesse: l'accettazione della propria bellezza unica, cioè dell'anima selvaggia di cui siamo fatte. Accettare la propria individualità e anche la propria bellezza.
 
 Il brutto anatroccolo (Magiari)


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SCARPETTE ROSSE

C'era una volta una povera orfana che non aveva scarpe. La bimba conservava tutti gli stracci che riusciva a trovare finchè un bel giorno riuscì a confezionarsi un paio di scarpette rosse. Erano rozze, ma le piacevano. La facevano sentire ricca nonostante trascorresse, fino a sera inoltrata, le sue giornate a cercare cibo nei boschi.
Un giorno, mentre percorreva faticosamente una strada, vestita dei suoi stracci e con le scarpette rosse ai piedi, una carrozza dorata le si fermò accanto. La vecchia signora che la occupava le disse che l'avrebbe portata a casa con sé e l'avrebbe trattata come una sua figlioletta. Così andarono nella dimora della vecchia signora ricca, e là furono lavati e pettinati i capelli della bambina. Le furono dati biancheria fine, un bell'abito di lana e calze bianche e lucide scarpe nere. Quando la bambina chiese dei suoi vecchi abiti, e in particolare delle scarpette rosse, la vecchia le rispose che, sudici e ridicoli com'erano, li aveva gettati nel fuoco.
 
La bimba era molto triste perché quelle umili scarpette rosse che aveva fatto con le proprie mani le avevano dato la più grande felicità. Ora era costretta a stare sempre ferma e tranquilla, a parlare senza saltellare e soltanto se interrogata. Un fuoco segreto le si accese nel cuore e continuò a desiderare più di ogni altra cosa le sue vecchie scarpette rosse.
Poiché la bambina era abbastanza grande da ricevere la cresima, la vecchia signora la portò da un vecchio calzolaio zoppo, per acquistare una paio di scarpe speciali per l'occasione. In vetrina facevano bella mostra di sé un paio di scarpe rosse confezionate con la pelle più morbida che si possa trovare. La bimba, spinta dal suo cuore affamato, subito le scelse. La vecchia signora ci vedeva così male che non si accorse del colore e glie le comprò. Il vecchio calzolaio strizzò l'occhio alla piccola e gli incartò le scarpe.
Il giorno dopo, in chiesa, tutti rimasero sorpresi da quelle scarpe rosse che brillavano come mele lustrate, come cuori, come prugne ben lavate. Ma alla bimba piacevano sempre di più. In giornata la vecchia signora venne a sapere delle scarpette rosse della sua pupilla. "Non mettere mai più quelle scarpe" le ordinò minacciosa. Ma la domenica dopo la bambina non potè fare a meno di mettersi le scarpette rosse, e poi si avviò alla chiesa con la vecchia signora. Sulla porta della chiesa c'era un vecchio soldato con il braccio al collo. S'inchinò, chiese il permesso di spolverare le scarpe e toccò le suole cantando una canzoncina che le fece venire il solletico ai piedi. "Ricordati di restare per il ballo" e le strizzò l'occhio.
Anche questa volta tutti guardarono con sospetto le scarpette rosse della bambina. Ma a lei piacevano tanto quelle scarpe lucenti, rosse come lamponi, come melagrane, che non riusciva a pensare ad altro. Era tutta intenta a girare e rigirare i piedini, tanto che si dimenticò di cantare. Quando uscirono dalla chiesa, il vecchio soldato esclamò: "Che belle scarpette da ballo!". A quelle parole la bambina prese a piroettare e non riuscì più a fermarsi, tanto che parve avesse perduto completamente il controllo di sé. Danzò una gavotta e poi una csarda e poi un valzer, volteggiando attraverso i campi. Il cocchiere della vecchia signora si lanciò all'inseguimento della bambina, la prese e la riportò nella carrozza, ma i piedini che indossavano le scarpette rosse continuavano a piroettare nell'aria. Quando riuscirono a togliergliele, finalmente i piedi della bambina si quietarono.
Di ritorno a casa, la vecchia signora lanciò le scarpette rosse su uno scaffale altissimo e ordinò alla bambina di non toccarle mai più. Ma lei non riusciva a fare a meno di guardarle e desiderarle. Per lei erano ancora la cosa più bella che si trovasse sulla faccia della terra. Poco tempo dopo, mentre la signora era malata, la bambina strisciò nella stanza in cui si trovavano le scarpette rosse. Le guardò, là in alto sullo scaffale, le contemplò, e la contemplazione si trasformò in potente desiderio, tanto che la bambina prese le scarpe dallo scaffale e subito se le infilò, pensando che non sarebbe accaduto nulla di male. Ma non appena le ebbe ai piedi subito si sentì sopraffatta dal desiderio di danzare. Danzò uscendo dalla stanza, e poi lungo le scale, prima una gavotta, poi un csarda e poi un valzer vertiginoso. La bambina era in estasi, e si accorse di essere nei guai solo quando volle girare a sinistra e le scarpe la costrinsero a girare a destra, e volle danzare in tondo e quelle la obbligarono a proseguire. E poi la portarono giù per la strada, attraverso i campi melmosi e nella foresta scura.
Appoggiato a un albero c'era il vecchio soldato dalla barba rossiccia, con il braccio al collo. "Oh che belle scarpette da ballo!" esclamò. Terrorizzata, la bambina cercò di sfilarsi le scarpe, ma più tirava e più quelle aderivano ai piedi. E così danzò e danzò sulle più alte colline e attraverso le valli, sotto la pioggia e sotto la neve e sotto la luce abbagliante del sole. Danzò nelle notti più nere e all'alba, danzò fino al tramonto. Ma era terribile: per lei non esisteva riposo. Danzò in un cimitero e là uno spirito pronunciò queste parole: "Danzerai con le tue scarpette rosse fino a che non diventerai come un fantasma, uno spettro, finchè la pelle non penderà sulle ossa, finchè di te non resteranno che visceri danzanti. Danzerai di porta in porta per tutti i villaggi, e busserai tre volte a ogni porta, e quando la gente ti vedrà, temerà per la sua vita". La bambina chiese pietà, ma prima che potesse insistere le scarpette rosse la trascinarono via. Danzò sui rovi, attraverso le correnti, sulle siepi, e danzando danzando arrivò a casa, e c'erano persone in lutto. La vecchia signora era morta. Ma lei continuava a danzare. Entrò danzando nella foresta dove viveva il boia della città. E la mannaia appesa al muro prese a tremare sentendola avvicinare
"Per favore" pregò il boia mentre danzava sulla sua porta, "Per favore mi tagli le scarpe per liberarmi da questo tremendo fato". E con la mannaia il boia tagliò le cinghie delle scarpette rosse. Ma queste le restavano ai piedi. E lei lo pregò di tagliarle i piedi, perché così la sua vita non valeva nulla. Il boia allora le tagliò i piedi.
E le scarpette rosse con i piedi continuarono a danzare attraverso la foresta e sulla collina e oltre, fino a sparire alla vista. E ora la bambina era una povera storpia, e doveva farsi strada nel mondo andando a servizio da estranei, e mai più desiderò delle scarpette rosse.

La bambina perde le scarpe rosse che si è fatta da sola. Era povera ma fantasiosa, stava trovando la sua strada. Le scarpe rappresentano un enorme passo verso l'integrazione della sua natura femminile. I piedi rappresentano la mobilità e la libertà. Avere scarpe per coprire i piedi significa essere fermi nelle proprie convinzioni, è avere mezzi per agire di conseguenza. Per creare occorre sacrificare la superficialità, qualche sicurezza e spesso il desiderio di piacere e far affiorare le intuizioni più intense, le visioni più grandiose.
Il problema è quando dal sacrificio non nasce la vita. Allora il rosso è il colore della perdita. Nella favola un rosso vibrante e amato va perduto, affiora allora un desiderio, un'ossessione, una tossicodipendenza dall'altro rosso: sesso senza anima, vita senza senso.
Se dopo aver confezionato le scarpe, la situazione progredisse indisturbata, sarebbe buona per l'io creativo. La bambina è contenta di aver compiuto la sua opera, di aver avuto pazienza di cercare e raccogliere, di manifestare le sue idee. Non importa se è piuttosto grezza: molti dei non crearono in modo perfetto la prima volta. Ma nella storia passa una carrozza dorata che s'insinua nella vita della bambina.
Le trappole
1)la carrozza dorata, la vita svalutata: salire sulla carrozza è come entrare in una gabbia dorata: offre qualcosa di più comodo e più facile, ma in realtà cattura. Accade spesso nell'esistenza delle donne: mentre stiamo cercando di fare del nostro meglio qualcosa ci dice che è troppo difficile. Guarda quest'altra cosa, quanto è più facile e avvincente. Montiamo sulla carrozza.
La carrozza dorata cancella la gioia semplice delle scarpette rosse, la trappola scatta quando la bambina va a vivere con la vecchia signora e deve stare buona e zitta. E' l'inizio della grande fame per lo spirito creativo.
2)la vecchia signora, la forza senescente: una vecchia simboleggia dignità, capacità di guidare, saggezza, conoscenza di sé, tradizione, confini ben definiti, esperienza, una vecchia è poi bisbetica, parla chiaro, ha lunghi denti. Ma quando in una favola una vecchia usa negativamente questi attributi, aspetti delle psiche che dovrebbero restare caldi stanno per raggelarsi. Qui la vecchia distrugge l'innovazione, invece di essere una guida per la sua pupilla, cerca di calcificarla. Essa ripete un unico valore, che è l'opinione della collettività, è il simbolo della custode severa della tradizione collettiva, una sostenitrice dello status quo.
La nostra sfida e di non amalgamarci in nessuna collettività, di non adeguarsi ad essa e di arricchirla invece con la propria particolare fragranza. Nella favola la bambina si sottomette agli aridi valori della vecchia signora. Come tutte le creature catturate, piomberà in una tristezza che porta a un desiderio ossessivo, a una irrequietezza senza nome. Allora si corre il rischio di afferrare la prima cosa che prometterà di farci sentire di nuovo vive.
Bisogna soppesare le offerte di una esistenza più facile se, in cambio, ci chiedono di consegnare la nostra personale gioia creativa al fuoco della cremazione invece che al fuoco acceso da noi.
3)il tesoro bruciato: Hambre del Alma: ci sono fuochi di gioia (di trasformazione) e fuochi di annientamento (di decimazione). Molte donne cedono le scarpette rosse e accettano di essere troppo in ordine, troppo carine, troppo compiacenti per l'altrui modo di vedere il mondo. Troppe donne hanno poggiato la penna, rinchiuso le parole, spento il canto, arrotolato la tela. E la loro esistenza si riduce in cenere. Quando la vita- anima personale è ridotta in cenere, la donna perde il tesoro vitale e diventa arida; il desiderio delle scarpette rosse, di una gioia selvaggia ingrossa e straripa nel suo inconscio.
Essere nello stato di hambre del alma significa provare una fame implacabile per qualunque cosa faccia sentire di nuovo vive. La donna catturata afferrerà tutto quello che appaia simile al tesoro originario (alcol, droghe, amori sbagliati). Il guaio della fame è che si afferra qualsiasi cosa che in apparenza possa soddisfarci.
4) l'istinto fondamentale ferito: la bambina del racconto è trasportata in un nuovo ambiente in cui la vita diventa meno difficile, in realtà essa cessa la sua individuazione, si blocca ogni sforzo verso lo sviluppo. Quando la vecchia signora brucia le scarpette rosse (il lavoro dello spirito creativo), la bambina diventa triste. E' stata catturata la sua anima: lo sposalizio con il selvaggio, la passione creatrice, il proprio operato. La creatura chiusa in gabbia perde i suoi cicli naturali, e alla perdita segue il vuoto.
L'eccesso di addomesticamento è come un divieto di danzare imposto all'essenza vitale. La donna dall'istinto ferito non ha scelta, resta immobile. Uno degli attacchi più insidiosi all'io selvaggio è l'invito a comportarsi come si deve e (forse) seguirà un premio. Questo metodo non funzionerà mai nella vita di una donna vitale. E' il gioco, non l'ordine, la radice della vita creativa. Molte donne di talento che perdono le scarpette fatte a mano lungo il cammino, nel loro stato di vulnerabilità fanno scelte deleterie, trovano le loro maledette scarpette rosse.
5)tentativo di vita segreta, scissione: dal calzolaio, la bambina riesce ad ottenere le scarpette rosse, all'insaputa della vecchia signora. Il vorace desiderio d'anima della bambina abbatte i suoi comportamenti inariditi.
Secondo la psicologia analitica la repressione degli istinti (positivi e negativi) fa sì che essi dimorino nel regno delle ombre. Questa pressione li fa ribollire e può portare a comportamenti inconsulti, mentre, lasciando uscire un po' per volta gli elementi dal mondo delle ombre, trovando loro un impiego, possiamo evitare esplosioni inattese.
L'ombra può comprendere infatti anche il divino, il bello e potenti aspetti della personalità. Gli impulsi positivi dell'ombra spesso chiedono di creare una "vita fatta a mano". Quando si smette di fare, l'energia viene deviata in profondità e riaffiora quando e dove può. Vivere furtivamente una vita simulata non funziona mai. Meglio vivere il più possibile e lasciar perdere le simulazioni. Resistere per quel che ha davvero senso ed è salutare.
La bambina, prendendo le scarpette rosse, fa una scelta sbagliata e i suoi istinti smorzati non l'avvertono del loro potenziale mortale. Così le donne che hanno gettato via il loro tesoro rubacchiano morsi e pezzetti dovunque. Ma è impossibile che una donna che lotta per la consapevolezza si contenti di rubare qualche boccata di aria pura. Esiste però fortunatamente un'anima- psiche che ci costringe a respirare a pieni polmoni.
6)umiliazione di fronte alla collettività, ribellione dell'ombra: la bambina si reca in chiesa con le sue scarpette rosse e viene "chiacchierata" dalla gente del villaggio, e quindi punita. Possiamo cercare di avere una vita segreta, ma prima o poi il Super-io, un complesso negativo o la cultura medesima interverranno. Se ci umiliamo di fronte alla collettività e ci sottomettiamo alle sue pressioni saremo protette dall'esilio, ma metteremo in pericolo la nostra vita selvaggia. La donna oppressa non rifiuta di adattarsi: non può adattarsi senza morire. Quando una donna si rifiuta di sostenere la collettività inaridita, si rifiuta anche di arrestare il suo pensiero selvaggio e agisce di conseguenza. La donna deve resistere, cercare ciò cui appartiene.
Il problema della bambina con le scarpette rosse è che, invece di rinforzarsi per affrontare la lotta, si lascia catturare dal fascino di quelle scarpette, che la allontanano da una ribellione significativa, capace di promuovere il cambiamento.
7)finzione, tentativo di essere brave, normalizzazione dell'abnorme: la bambina ha cercato di fare a meno della sua vita anima, ma non ha funzionato. Ha cercato di condurre di nascosto una doppia vita, ma non ha funzionato, ora cerca di "fare la brava", di non toccare le scarpette rosse sullo scaffale. Cerca di nascondere la sua fame e che nulla bruci in lei. Così lo spirito affonda nella noia, nella compiacenza e nella cecità.
Quando una creatura è sottoposta alla violenza, cerca di adattarsi, così quando la violenza cessa il sano istinto di fuggire è fortemente ridotto. Questa normalizzazione della violenza induce molte donne a restare in situazioni impossibili, a perdere la capacità di fuggire e a sentirsi incapaci di imporre le cose in cui credono con tutto il cuore. Negli anni cinquanta una petroliera affondò sul lago Michigan. Il giorno dopo le madri strigliavano i bambini macchiati di petrolio. La normalizzazione dell'abnorme induceva le madri a ripulire i bambini e ad accettare poi i peccati delle raffinerie, delle fabbriche, delle fornaci. Le donne recisero la loro giusta collera e poi si abituarono. Quando le donne non parlano, tace il naturale e il selvaggio del mondo. Tacciono l'amore e le voci della consapevolezza. Quando gli istinti sono danneggiati, gli esseri umani normalizzano un assalto dopo l'altro, atti di ingiustizia e di distruzione contro se stessi, contro i loro figli, la loro terra. Le donne che restano in silenzio, cadono in un silenzio mortale e nella disperazione. Seguono fatica e rassegnazione. E la gabbia si richiude.
8) la danza incontrollata: ossessione e dipendenza: la bambina ha provato di tutto. Ora la fame di anima e di significato la costringono a riprendersi le scarpette rosse e dar inizio all'ultima danza, una danza nel vuoto e nell'inconsapevolezza. Ha normalizzato la propria esistenza arida, intensificando così la brama per le scarpette della follia. L'uomo dalla barba rossa ha trasmesso la vita non alla bambina, ma alle scarpette. La bambina prende a volteggiare lontano dalla vita. Per lei non c'è riposo, fissata in un'ossessione che è molto simile alla tossicodipendenza.
9) tossicodipendenza: è la mancanza di gioia ad uccidere la bambina. Quando una donna non si accorge della sua fame, delle conseguenze prodotte dalle sostanze mortali, continua a danzare. Che si tratti di pensiero negativo, di rapporti insoddisfacenti, di droghe e alcol, sono come le scarpette rosse: difficile liberarsi dalla loro presa. E la bambina danza, prima in estasi, poi esausta. Se una donna non pratica regolarmente le sue libertà interiori ed esterne, la sottomissione e la passività offuscano i doni innati della visione, della percezione, della fiducia e di tutto ciò di cui ha bisogno per farcela.
La natura istintuale ci dice quando è il tempo di dire basta. La tossicodipendenza inizia quando una donna perde la sua vita fatta a mano e ricca di senso per fissarsi nel recupero di qualcosa che le assomigli. Nel racconto la bambina ha perduto l'originale vitalità e vuole un surrogato mortale. Ha ceduto il suo Io.
L'abuso di sostanze nocive è una trappola reale. Droghe e alcol assomigliano molto all'amante che prima vi tratta bene, poi vi picchia, si scusa e ricomincia a picchiarvi. La trappola consiste nel fermarsi a prendere il buono cercando di chiudere gli occhi sul cattivo. La dipendenza è una Baba Jaga cattiva che divora le bambine che si sono perdute e le getta sulla porta del boia.
In casa del boia. Quando la natura selvaggia è andata completamente distrutta e possibile che un deterioramento schizoide o una psicosi opprimano una donna. Se ne resta a letto, vaga per casa in vestaglia, piange senza riuscire a trattenersi, vaga per strada coi capelli arruffati, pensa al suicidio. Non si sente né bene né male, semplicemente non si sente.
Ecco il momento difficile: le scarpette devono essere tagliate. E' in questo "non avere neanche un piede su cui poggiare", in questo non esserci casa a cui tornare, che bisogna ricominciare, tornare alla vita fatta a mano, modellata da noi giorno per giorno. E' doloroso separarsi dalle scarpette rosse, ma è la nostra unica speranza. I piedi ricresceranno e ricominceremo a correre e a saltare.
Il ritorno alla vita fatta a mano, guarigione degli istinti feriti. Possono essere necessari un anno o due per curare le ferite. C'è una semplice porta che attende di essere valicata: dall'altra parte ci sono i piedi nuovi. Il ritorno alla psiche libera e selvaggia dev'essere perseguito con coraggio, ma anche con prudenza. Bisogna ascoltare, guardare e sentire il mondo che ci circonda e agire con efficienza, efficacia, con l'anima.
Quando si lotta per qualcosa di importante bisogna circondarsi di persone che sostengono il nostro lavoro. E' una trappola e un veleno avere intorno persone che hanno le nostre stesse ferite ma non il desiderio vero di guarirle.
Bisogna comprendere la vita come un corpo vivente in sé. E' sciocco pensare di non aver fame oggi perché abbiamo mangiato ieri, o pensare che un problema risolto lo sarà sempre e che, avendo appreso, saremo per sempre consapevoli.
 
Scarpette rosse

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PELLE DI FOCA

In un tempo lontano lontano, perduto per sempre, che mai tornerà, i giorni sono di neve bianca, e in lontananza i minuscoli granelli sono persone o cani oppure orsi. Qui nulla fiorisce spontaneamente. I venti soffiano tanto forti che tutti devono di necessità indossare giacche a vento, stivali e berretti. Qui, all'aperto le parole si congelano, e intere frasi devono essere rotte sulle labbra di chi parla e disgelate accanto al fuoco, per vedere che cosa è stato detto. Qui la gente vive nella bianca ed abbondante capigliatura della vecchia Annaluk, la vecchia nonna, la vecchia maga che è la Terra stessa. E in questa terra viveva un uomo, un uomo così solo che negli anni le lacrime avevano scavato abissi sulle sue guance.
Cercava di sorridere e di stare contento. Andava a caccia, dormiva beneMa desiderava tanto una compagna umana. Talvolta, quando si avvicinava al suo kajak una foca, rammentava le antiche storie sulle foche ch'erano un tempo esseri umani, e a ricordare quel tempo restavano gli occhi, capaci di sguardi saggi, e amorosi, e selvaggi...
 
E allora talvolta sentiva così dolorosamente la sua solitudine che le lacrime scendevano lungo i crepacci del volto.Una volta cacciò fino a notte fonda senza trovare nulla. Mentre la luna si levava alta nel cielo e il ghiaccio brillava, raggiunse un grande scoglio sul mare, e su quell'antico scoglio apparve un movimento di grazia eccelsa. Remò lentamente e silenziosamente per avvicinarsi, ed ecco che sullo scoglio possente danzavano delle donne, nude come il giorno in cui le loro madri le avevano partorite. Rimase a guardare. Le donne parevano essere fatte di latte di luna, con la pelle punteggiata d'argento come i salmoni a primavera, e piedi e mani sottili e leggiadri.
Tanto erano belle che l'uomo rimase sbalordito, mentre le onde leggere lo trasportavano sempre più vicino allo scoglio. Sentiva ora le magnifiche risa delle donne, quanto meno pareva ridessero, o era forse l'acqua intorno allo scoglio che rideva? L'uomo era confuso perché era abbagliato. La solitudine che gli era pesata sul petto come una pelle intrisa d'acqua era in qualche modo svanita, e senza riflettere, quasi così dovesse essere, saltò sullo scoglio e rubò una delle pelli di foca che vi giacevano. Si nascose dietro uno spuntone e infilo una pelle di foca nel suo qutmguk, la giacca di pelliccia. Ecco che subito una donna chiama con la voce più bella che mai avesse udito…come quella delle balene all'alba…o quella dei lupacchiotti che ruzzolano a primavera. Che cosa andavano ora facendo le donne?
Infilavano la loro pelle di foca e una dopo l'altra scivolavano nel mare, urlando e uggiolando felici. Una no. Cercava dappertutto ma non riusciva a trovare la sua pelle. L'uomo prese coraggio e neanche sapeva perché. Le si mostrò: "Sii mia moglie, io sono un uomo così solo".
"Oh io non posso esserti moglie, io appartengo agli altri, quelli che vivono di sotto"
"Sii mia moglie" insistette l'uomo " tra sette estati ti restituirò la pelle di foca e potrai restare o andartene, come tu vorrai".
La giovane donna-foca lo guardò a lungo in volto con quegli occhi che parevano umani. Riluttante disse: "Verrò con te, tra sette estati si deciderà".
Ebbero un bambino e lo chiamarono Ooruk. E il bambino era agile e grassoccio. In inverno la madre raccontò a Ooruk le storie delle creature che vivono sotto al mare mentre il padre tagliava a piccoli pezzi un orso con il suo lungo coltello affilato. Quando la madre portava il piccolo Ooruk a letto, gli indicava attraverso l'apertura per il fumo le nuvole e tutte le loro forme e raccontava storie di trichechi, balene, foche e salmoni, perché erano quelle le creature che conosceva.
Ma col passare del tempo la sua carne prese a seccarsi. Prima si sfaldò, poi si incrinò. Cominciò a cadere la pelle delle palpebre e caddero a terra anche i capelli. Diventò del più pallido bianco. Cercò di nascondere la sua debolezza. Ma i suoi occhi si offuscavano sempre di più e la vista le si faceva sempre più debole.
E così andarono le cose finchè una notte il piccolo Ooruk non fu svegliato da un urlo, e del tutto insonnolito si levò a sedere sulle pelli del letto. Sentì come il ringhiare di un orso, che era suo padre che picchiava sua madre. Udì un pianto come di argento tintinnante sulla pietra, che era sua madre.
"Hai nascosto la mia pelle di foca sette anni or sono, ora giunge l'ottavo inverno. Voglio che mi sia restituito ciò di cui sono fatta" gemeva la donna foca. "devo avere ciò a cui appartengo".
"E tu mi lascerai senza moglie, e lascerai il bambino senza madre. Sei cattiva".
E il marito strappò la porta leggera e sparì nella notte.
Il bambino amava molto sua madre. Temeva di perderla e pianse fino a piombare nel sonno, per essere risvegliato dal vento. Un vento strano, che pareva chiamarlo. Saltò fuori dal letto. Udendo ripetere il suo nome si precipitò fuori nella notte stellata. Corse alla scogliera e in lontananza, sul mare agitato dal vento, scorse una grande foca argentea e irsuta dalla testa enorme, con le vibrisse che scendevano fino al petto, gli occhi di un giallo scuro. "Ooooooruk".
Il bambini a fatica discese giù lungo la scogliera e in fondo incespicò su una pietra, no, un involto, rotolato giù da una fenditura nella roccia. "Oooooruk".
Il bambino aprì l'involto e lo scosse, era la pelle di foca di sua madre. Sentiva tutto il suo odore. L'anima della madre lo attraversò come un improvviso vento d'estate. Si portò la pelle al volto e l'anima di sua madre attraversò di nuovo la sua.
E la vecchia foca argentea lentamente si immerse nelle acque profonde.
Il bambino si inerpicò su per la scogliera e corse con la pelle di foca che gli svolazzava dietro, e si precipitò in casa. Sua madre lo accarezzò, e accarezzò la pelle, e socchiuse gli occhi, grata perché entrambi erano salvi. Infilò la sua pelle di foca. Sollevò il piccolo e se lo mise sotto il braccio e corse verso il mare ruggente.
"Oh madre non lasciarmi" implorò Ooruk.
Lei voleva restare con il suo bambino, ma qualcosa la chiamava, qualcosa di più antico di lei, di più antico del tempo. Si volse verso di lui con uno sguardo di terribile amore negli occhi. Prese il viso del bambino tra le mani e soffiò il suo dolce respiro nei suoi polmoni. Allora, tenendolo sotto il braccio come un involto prezioso, si tuffò in mare, sempre più a fondo, e la donna-foca e il suo bambino respiravano agevolmente nell'acqua. E scesero nuotando sempre più a fondo, fino a raggiungere la grotta delle foche dove creature di ogni genere banchettavano e cantavano, danzavano e parlavano, e la grande foca argentea che aveva chiamato Ooruk nella notte abbracciò il bambino e lo chiamò nipote.
"Come sono andate le cose lassù figlia?" domandò la grande foca argentea.
La donna foca guardò in lontananza e disse: "Ho ferito un essere umano…un uomo che ha dato tutto per avermi. Ma non posso tornare da lui, perché se lo facessi resterei prigioniera.".
"E il bambino?" domandò la vecchi foca. "Il mio nipotino?". Lo disse con tanto orgoglio che la voce gli tremò.
"Lui deve tornare. Non può fermarsi. Non è ancora tempo che resti con noi". E pianse. E insieme piansero.
Passarono alcuni giorni e alcune notti, per l'esattezza sette, e in quel tempo gli occhi e i capelli della donna ritrovarono l'antica lucentezza. Diventò di un bel colore bruno, ritrovò la vista, il suo corpo ritrovò le sue rotondità, e potè nuotare a suo agio. E venne il tempo di restituire il bambino alla terra. Quella notte la vecchia foca e la bella madre del bambino nuotarono tenendolo in mezzo a loro. Risalirono, risalirono dalle profondità verso il mondo di sopra. Là, al chiarore della luna, delicatamente poggiarono Ooruk sulla riva pietrosa. La madre lo rassicurò: "Sarò sempre con te. Tocca quel che ho toccato, i legnetti per accendere il fuoco, il mio coltello, le incisioni che ho fatto sulla pietra di lontre e foche, e io soffierò nei tuoi polmoni un vento affinchè tu possa cantare le tue canzoni.
Più volte la vecchia foca argentea e sua figlia baciarono il bambino. Infine si allontanarono al largo e con un ultimo sguardo scomparvero tra le onde. E Ooruk, siccome il suo tempo non era ancora venuto, rimase. Passò il tempo e diventò un grande suonatore di tamburo, cantore e artefice di storie, e si disse che tutto ciò accadde perché il bambino era sopravvissuto ed era stato riportato dalle profondità del mare dagli spiriti delle foche.
Ora, nelle grigie brume del mattino, talvolta lo si vede ancora, ripiegato in ginocchio su una certa roccia del mare, mentre pare parlare con una certa foca che spesso si avvicina alla riva. Molti hanno cercato di catturarla, ma nessuno ci è mai riuscito e' nota come Tanqigcaq, la brillante, la sacra, e si dice che sebbene sia una foca, i suoi occhi sono capaci di sguardi umani, saggi, selvaggi e amorosi.

Perdita del senso dell'anima come iniziazione: la foca è un simbolo dell'anima selvaggia. E' affettuosa e un sorta di purezza emana da lei, è anche prontissima a reagire. Così è l'anima. Si libra nelle vicinanze. Nutre lo spirito. Non fugge quando percepisce qualcosa di nuovo o insolito o difficile.
L'anima delle donne giovani o inesperte non conosce le intenzioni altrui o il potenziale pericolo. Avviene allora il furto della pelle di foca. Per lo più il furto (della grande occasione della vita, dell'amore o del proprio spirito) avviene approfittando del lato debole: per ingenuità, scarsa intuizione dei moventi altrui, inesperienza nell'immaginare il futuro, mancanza di attenzione per gli indizi presenti nell'ambiente intorno.
L'essere derubati si trasforma in un'occasione di iniziazione archetipa. Si rinforza la decisione di lottare per una redenzione consapevole, si chiarisce cosa è soprattutto importante per noi, si sente la necessità di un progetto di liberazione psichica, di mettere in atto la nuova saggezza.
La perdita della pelle: lo sviluppo della conoscenza deriva dall'iniziale inconsapevolezza, seguita da un inganno e poi dalla scoperta del modo per riconquistare il potere.
Ogni donna lontano dalla sua casa-anima alla fine si esaurisce. Allora si rimette a cercare la sua pelle per resuscitare il suo senso dell'io e dell'anima. A mano a mano perdiamo la sensazione di essere completamente nella nostra pelle. La pelle-anima svanisce quando non prestiamo attenzione a ciò che stiamo veramente facendo, e in particolare a quanto ci costa. La perdiamo lasciandoci troppo coinvolgere dall'io, diventando troppo esigenti, facendoci martirizzare, lasciandoci trascinare da un'ambizione cieca, abbandonandoci all'insoddisfazione, pretendendo di essere una fonte inesauribile per gli altri, non facendo tutto il possibile per aiutarci.
Tutte le creature della terra tornano a casa. Ci sono donne che subiscono il furto a causa di rapporti con persone che non sono nella loro pelle, e talune relazioni diventano perniciose. Ci vogliono forza e volontà per superare queste relazioni ma lo si può fare se si torna a casa, al nucleo di sé.
Se la pelle può andare perduta per un amore sbagliato o devastante, può andare perduta anche in un amore bello e profondo. Il furto dipende infatti dal costo che rappresenta per noi. Quel che una relazione ci prende in tempo, energia, osservazione, attenzione, cure, addestramento, presenza, insegnamento. Questi movimenti della psiche sono come prelevamenti dai risparmi psichici. E' l'andare in rosso che provoca la perdita della pelle e l'offuscamento dei nostri istinti più acuti.
Tutte noi saliamo sullo scoglio e danziamo, senza prestare attenzione. E a un tratto non riusciamo più a trovare quel che ci appartiene o ciò a cui apparteniamo. Vaghiamo un po' stupefatte. Non va bene fare scelte in un momento così, ma noi le facciamo.
Perdere la pelle è perdere la protezione, il calore, il sistema di allarme, la vita istintiva. Essere senza pelle induce a perseguire quel che si pensa di dover fare e non quello che davvero si desidera. Si segue chiunque o qualsiasi cosa impressioni con la sua forza, si diviene scherzose invece che incisive, si butta sul ridere, ci si sbarazza delle cose. Ci si ritrae dal passo successivo, dalla discesa e da un soggiorno lungo abbastanza perché qualcosa possa accadere.
L'uomo solitario: immaginiamo che l'uomo che ruba la pelle di foca rappresenti l'io della psiche femminile. All'inizio l'io, con i suoi appetiti, spesso prevale. Ma a un certo punto, intorno ai vent'anni, ai trenta, o più spesso ai quaranta, lasciamo che sia l'anima a prevalere. Fin dalla nascita c'è il bisogno che sia l'anima a guidare la nostra vita, perché l'io può comprendere un tanto, e nulla più. Si spaura, vuole fatti percettibili, è solo e limitato.
L'uomo solitario del racconto cerca di partecipare alla vita dell'anima. Ma cerca di afferrarla invece di instaurare un rapporto. L'io ruba la pelle di foca perché, solo e affamato, ama la luce. L'anima è costretta a una relazione con l'io. Questo crea un temporaneo arrangiamento che produrrà un piccolo spirito capace di coabitare tra mondano e selvaggio.
Lo spirito bambino: l'unione tra io e anima produce lo spirito bambino. Questo piccolo spirito è la niña milagrosa, capace di udire il richiamo, la voce lontana che dice: è tempo di tornare a sé. E' il piccolo che riporta la pelle di foca alla madre e le consente di tornare a casa. E' un potere spirituale che ci incita a continuare il nostro lavoro importante, a cambiare la nostra vita, a migliorare la comunità, a dare una mano per cambiare il mondo…tornando a casa.
Inaridimento e mutilazione: in genere depressioni, noia e confusioni deliranti sono provocate da una vita dell'anima severamente ristretta. Quando siamo ormai inaridite cerchiamo di camminare tutte bloccate, per far vedere che ce la facciamo, che va tutto bene. ma la vita è umiliata, il costo altissimo. E' necessario un ritorno nella propria pelle, al proprio senso istintuale, a casa. E' difficile riconoscere una condizione di inaridimento se non corriamo un grosso pericolo. Allora si sente il richiamo alla propria vera natura.
Ascoltare l'antico richiamo: la voce in sogno è considerata un messaggio diretto dell'anima. Nella storia la vecchia foca sale dal mare per lanciare il richiamo, finchè qualcosa in noi non risponde. Il segnale parte quando qualcosa comincia ad essere troppo. Di fronte al troppo, a poco a poco ci inaridiamo, il cuore si stanca, le energie decrescono, e il misterioso desiderio di qualcosa si leva sempre più in alto. Il richiamo va seguito anche quando non abbiamo la minima idea di dove andare. Sappiamo soltanto che dobbiamo alzarci e andare a vedere. Alla fine inciamperemo nella pelle di foca.
Un soggiorno troppo protratto: la donna-foca si dissecca perché resta troppo a lungo lontana da casa. Nel racconto diventa una versione anemica di quello che fu. Non bisogna consumarsi la vita in un matrimonio, una fatica o uno sforzo inutili o poco gratificanti. Se si resta lontane da casa troppo a lungo si è meno capaci di avanzare nella vita.
Un ritorno a casa è molte cose diverse per donne diverse. molti sono i modi per tornare a casa: alcuni profani, altri divini. Rileggere passi di libri o poesie; passare qualche minuto in riva al fiume; sedere sotto il portico a rammendare qualcosa; camminare senza meta; salutare il sole che sorge; pregare; tenere in braccio un bambino piccolo; aprire le mani sotto la pioggia; contemplare la bellezza, la grazia, la commovente fragilità degli esseri umani.
Il continuo rimandare il ritorno può essere dovuto all'identificazione della donna con l'archetipo della guaritrice. Questo archetipo porta saggezza, bontà, sapienza, ma solo fino a un certo punto, oltre è d'impedimento alla nostra vita. Per evitare la trappola bisogna imparare a dire : "Alt" e "Basta con la musica". Il fondamentale istinto selvaggio che decide "solo fin qui e non oltre, solo questo e niente più" deve essere recuperato e sviluppato. Meglio tornare a casa per un po', anche se gli altri si irritano, che restare e peggiorare, fino a cadere a pezzi. Se non andiamo a casa quando è tempo di andare perdiamo la concentrazione. Non potete ritornare nell'utero, ma potete ritornare alla casa-anima.
Lo scioglimento, il tuffo: la casa è là dove un pensiero o una sensazione possono svilupparsi invece di essere interrotti o di esserci strappati perché altro richiede la nostra attenzione o il nostro tempo. Quando è tempo è tempo, anche se non siete pronte, anche se tante cose restano da fare.
Per alcune casa è la ripresa di qualche impresa abbandonata. Per alcune casa è un bosco, un deserto, un mare. ogni donna sa in cuor suo quanto a lungo e con quale frequenza deve tornare a casa.
Respirare sott'acqua: la donna foca porta il bambino a trovare quelli che vivono sotto. Il bambino rappresenta un nuovo ordine della psiche, è un essere mediale, capace di attraversare entrambi i mondi, non è completamente io né completamente anima, è una cosa di mezzo. La donna foca del racconto è un'emanazione dell'anima. E' in grado di vivere in tutti i mondi, ma non può restare troppo a lungo sulla terra. Lei e il pescatore (l'io psiche) creano un bambino che può vivere anch'esso nei due mondi, ma non può restare troppo a lungo nella casa-anima.
La donna foca, l'io-anima, passa idee, sentimenti, pensieri e impulsi dall'acqua all'io mediale, che a sua volta li porta a terra e alla consapevolezza del mondo esterno. C'è anche il percorso inverso: gli eventi della vita quotidiana, i traumi e le gioie, i timori e le speranze, vengono passati all'anima, che li commenta nei sogni notturni e manda le sue sensazioni verso l'alto attraverso il corpo. La donna selvaggia è una combinazione di buon senso comune e di senso dell'anima. La donna mediale è il suo doppio, è di questo mondo ma può raggiungere gli angoli più riposti della psiche.
L'emersione: ma non possiamo restare sott'acqua per sempre, dobbiamo risalire in superficie. Il rimedio a questo lutto è dato dalla donna foca al suo bambino: "sarò sempre con te". Come il bambino della donna foca impariamo che avvicinarci alla creazione della madre anima è esserne ricolmate. Anche se si torna tra la gente, tutta la sua forza si sente nei poteri femminili di introspezione, passione e connessione alla natura selvaggia. Se manterremo i contatti con gli strumenti della forza psichica, sentiremo il suo respiro. Ooruk resta a terra, ha la promessa. Non appena torniamo al mondo rumoroso tutto ha un aspetto leggermente estraneo. La sensazione di venire da un mondo estraneo svanisce dopo poche ore o pochi giorni. Allora passeremo il tempo nella nostra vita mondana, alimentate dall'energia raccolta durante il viaggio a casa.
Nel racconto il bambino mette in pratica la natura mediale. Suona il tamburo, canta, diventa cantastorie. Il cantore porta messaggi avanti e indietro, tra la grande anima e l'io mondano. Così il bambino vive quanto la donna foca ha soffiato su di lui. Allora, invece di cercare di "far durare la magia", viviamo.
L'esercizio della solitudine intenzionale: il bambino ormai grande s'inginocchia su uno scoglio e conversa con la donna foca. Questo esercizio quotidiano e intenzionale della solitudine gli consente di stare vicino a casa in modo critico, riuscendo a richiamare l'anima nel mondo di sopra per brevissimi periodi. Solitudine non è assenza di energia o di azione, ma un dono di provviste selvagge. Come si fa a richiamare l'anima? In molti modi: con la meditazione, o nei ritmi della corsa, del canto, della scrittura, della pittura, con i riti e i rituali, con l'immobilità, la quiete. Tutte abbiamo uno stato mentale familiare in cui realizzare questo genere di solitudine. Bisogna spengere tutte le distrazioni. La solitudine vive di poco: costa soltanto qualcosa in intenzione e perseveranza, ma qualsiasi tempo e qualsiasi luogo vanno bene.
Possiamo vivere sulla terra, ma non per sempre, non senza viaggi nell'acqua e a casa. Le culture esageratamente civilizzate e oppressive cercano di trattenere la donna dal ritorno a casa, troppo spesso le si intima di star lontano dall'acqua, finchè smagrisce e si indebolisce. Ma quando arriva il richiamo, una parte di lei lo ode sempre e va, perché si è preparata a seguirlo. Il ritorno a casa e la conversazione con la foca sono i nostri atti di innata e integrale ecologia, perché sono un incontro con l'anima selvaggia.
 
Pelle di foca


 
 

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